La Trasfigurazione di Raffaello Sanzio

Raffaello Sanzio (Urbino 1483 – Roma 1520) La Trasfigurazione: olio su tavola; cm 405×278 – 1516-1520, Pinacoteca Vaticana – Roma.

Il dipinto fu commissionato dal cardinale Giulio de’ Medici per la sua cattedrale a Narbonne in Francia, e rappresenta il testamento artistico di Raffaello. Rinvenuto nello studio del Maestro dopo la sua morte, restò a Roma e nel 1523 fu posto sull’altare maggiore di S. Pietro in Montorio dove fu venerato come “il trionfo della pittura”.

Nella notte del 6 aprile 1520, giornata del Venerdì Santo, dopo una settimana di alte febbri che ne hanno spossato la fragile fibra, muore Raffaello Sanzio da Urbino, all’età di soli 37 anni. Si compie così tragicamente la vita di un pittore eccelso, irripetibile nella sua “divina qualità” come afferma il Vasari, amatissimo dai papi Giulio II della Rovere e Leone X de’ Medici che lo hanno chiamato a rappresentare in arte la gloria di Roma e della Chiesa Cattolica, affidandogli incarichi prestigiosi, non ultimo quello di Conservatore delle antichità romane.

Raffaello ebbe onoranze principesche; la sua salma, dopo essere stata esposta in Vaticano sotto la sua opera incompiuta, la Trasfigurazione, venne tumulata nel Pantheon. E proprio questa imponente pala d’altare commissionata dal cardinale Giulio de’ Medici, olio su tavola di 405×278 cm, completata nella parte inferiore dagli allievi Giulio Romano e dal Penni seguendo le indicazione dell’urbinate, rappresenta il compimento della concezione d’arte di tutto il classicismo rinascimentale ed al tempo stesso ne indica l’incipiente crisi strutturale, così aprendo alla modernità successiva e tanto da costruire un passaggio necessario, ineludibile, per tutti i pittori dei decenni e del secolo successivo.

L’idea dell’opera è arditissima: la pianta centrale, svelata dallo spaccato della roccia su cui poggiano gli apostoli, è aperta, lanciata in un giro enorme al culmine del quale è la sfera simbolica strutturale dell’opera che comprende l’evento miracoloso, teso in un rapporto continuo di convergenze prospettiche con il gruppo in basso. La complessità anche teologica dell’opera viene travolta e superata dall’intensità drammatica e folgorante dell’epiphaneia del divino.

Ognuna delle tre parti del dipinto ha un carattere diverso, tanto nelle forme fisiche dei personaggi e nelle loro espressioni quanto nei colori ed anche nella composizione. Nella zona in basso a destra tutto sembra contrarsi, le figure sono muscolose e seminude e i panneggi aderiscono ai corpi; i lineamenti sono tormentati, la pelle è pallida, il cromatismo si accentra in freddi toni blu e verdi e solo alla periferia compaiono tocchi più caldi di rosso e giallo. Nel gruppo di sinistra la luce cade più morbida sulle forme, creando un chiaroscuro da cui emergono i colori luminosi, in contrasto con la zona a destra, dove le figure sono modellate in modo più crudo. Si realizza qui ancora una volta quel peculiare “miracolo” raffaellesco nel quale temi michelangioleschi – il fanciullo posseduto dall’epilessia nel riquadro di destra in basso – si sposano nella molteplice successione di forme, di palpitante luce e di quieta espressività ai volti di chiara impronta leonardesca e tutte comunque di sostanza nella “misura” e nella “classica dignità” che solo il genio dell’urbinate riesce a rielaborare, con personalissimo accento, nella sfera iperurania delle armonie cristalline nelle quali il suo mondo si ricompone come per fatale necessità. Nella parte inferiore del dipinto le linee di forza affluiscono da tutte le direzioni per poi rifluire verso la periferia.

Alzando lo sguardo troviamo un mondo diverso, in cui regnano l’ordine, la simmetria, una disposizione delle figure in piano secondo valori gerarchici e dove un centro irradiante – la figura del Cristo con la sua sacrale, affascinante luminosità – costituisce il principio organizzatore dell’insieme. La luce del Cristo, il nuovo Sole salvifico, illumina appieno i profeti, gli apostoli ed i Santi inginocchiati a sinistra, rendendo i colori delicati e trasparenti cosicché la stessa veste del Cristo si fonde quasi con il colore del cielo; siamo infine liberati, nella commossa partecipazione all’evento della Trasfigurazione del monte Tabor, dalle leggi terrene di gravità e di spazio tridimensionale. Attraverso la sublime tecnica pittorica di Raffaello giocata sulla luminosità dei colori e sull’emozionale chiaroscuro, la figura del Cristo si libra ovunque ed nessun luogo, diviene solo luce, emissione luminosa della Grazia salvifica mediata dalle figure dei Santi e dei profeti. Pur
ponendo ogni cura nel distinguere con la maggior chiarezza ciascuna delle tre parti, Raffaello trova anche il modo di creare una visione straordinariamente unitaria che riesce a saldare con grande forza il piano terrestre e quello celeste, perché due tipi di fede – quella cieca ma ferma dei laici e la forza dell’azione e della conoscenza dei sacerdoti – sono necessari perché l’uomo sia risanato e Cristo torni nel mondo naturale, per redimerci dal peccato e donare la sua luce salvifica alla Terra. La forza della professione di fede che Raffaello realizza in questa tavola è il risultato di lunghe ore di lavoro e di meditazione, come risulta dai disegni preparatori che sono fino a noi giunti, e rimane quindi come testimonianza della sublime spiritualità raggiunta dal pensiero religioso cattolico nel Rinascimento.

Anche al tempo della Controriforma, la pala d’altare dell’urbinate rimase come fonte di continua riflessione sia pittorica, vedi l’attento studio di Rubens sullo stesso tema liturgico, che etico-religiosa, in contrapposizione netta con la visione luterana di una grazia raggiunta solo per Fede e senza mediazioni dei Santi della Chiesa Universale.

Per questa via, e grazie anche alla forza evocatrice di questo dipinto, Raffaello non è stato solo eccelso, divino pittore, e ben lo compresero i suoi contemporanei allorché affermarono che la sua morte, il giorno di Venerdì Santo, non era solo una mera coincidenza; in realtà egli incarnò i massimi ideali della Cristianità, la più sublime espressione della forza rinnovatrice della Chiesa del Rinascimento.

A conclusione ricordiamo le commoventi parole del Vasari, il quale scrive sull’esposizione al compianto del corpo di Raffaello sormontato dalla pala della Trasfigurazione: “la quale opera, nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava.”.

Editor: Vincenzo MauriniTransfiguration_Raphael

Schiavi di Roma

Nel 449 AD, nell’accampamento di Attila, re degli Unni, un ambasciatore romano attende di essere ricevuto. Il campo degli Unni era monumentale, pur se fatto di tende, e così Prisco, in attesa di essere ricevuto da Attila, aspetta e passeggia nell’accampamento.
Il regno degli Unni si estendeva allora dall’Ucraina al Reno, e fu il Papa Leone Magno a fermare Attila con la croce – come raffigurato nell’affresco di Raffaello nelle Stamze Vaticane -.
A Prisco si avvicina allora un individuo che lo saluta in greco, anche se sembra un barbaro, un unno. Cominciano così un dialogo. Lui era stato un greco che per commerciare si era spinto fino al Danubio e lì era stato catturato, divenendo schiavo di un unno. Avendo combattuto valorosamente aveva poi riscattato la sua libertà col bottino di guerra conquistato, ed aveva poi sposato un’unna e formato una famiglia. Lui era molto più felice tra gli Unni che tra i Romani, perché considera quella unna una società giusta. Presso i Romani invece la legge è ingiusta, perché favorisce i ricchi e non c’è diritto alla giustizia per tutti.
Prisco cerca di replicare, anche se con argomentazioni fiacche, tranne una: l’ex schiavo greco deve ringraziare solo la fortuna per la sua libertà. Tra i Romani invece molti sono i modi per uno schiavo per ottenere la libertà.
Abbiamo pochissime raffigurazioni di schiavitù provenienti dall’arte antica, perché questo non si considerava un argomento degno di essere rappresentato.
La pittura contemporanea, dall’Ottocento in poi, ha invece restituito testimonianze della schiavitù romana – ad esempio il pittore francese Jerome, nel suo quadro Acquisto di una schiava -. Qui c’è un elemento ambiguo perché il quadro è sensuale: la schiavitù infatti presuppone anche il dominio sessuale per entrambi i sessi.
Altro dipinto del pittore è Le marcheé, con ambientazione orientale. L’antichità romana veniva presentata come un mondo esotico.
Lo schiavo liberato a Roma diventa un quasi cittadino, nel senso che per esempio può votare ma non essere eletto, mentre il figlio dello schiavo può anche essere eletto.
La liberazione dello schiavo era detta manomissione, cioè la rinuncia della mano (potere) sull’uomo, e la volontà di liberare uno schiavo da parte del padrone si poteva esprimere in diversi modi, molto semplici ed informali. Ciò rende Roma diversa, anche se non era mai stata democratica.
La Grecia, che era democratica, per rendere uno schiavo cittadino ad Atene aveva bisogno della delibera dell’assemblea.
A Roma invece era l’individuo a creare il cittadino; una differenza abissale!
Il mondo dei liberti ci fa capire molto del mondo della Roma Antica. Essi sono più rappresentati degli schiavi, perché hanno le possibilità economiche di farsi rappresentare anche nei monumenti funebri, in cui imitano i Romani liberi in un fenomeno di imitazione sociale. I liberti non sono una classe sociale ma uno status, e la loro ricchezza cambia.
Anche nel Satyricon di Fellini il regista mette in scena il Satyricon di Petronio con la scena di Trimalcione.
Gli schiavi liberati venivano da ogni parte del mondo, ed erano i più intelligenti.
Roma è stata un mondo aperto ai talenti, e questo era già un tema antico di cui parlavano anche i nemici dei Romani.
Filippo IV di Macedonia, alleato di Annibale nella secondo guerra punica e quindi nemico dei Romani, nel 217, un anno prima della battaglia di Canne, scrive un’epigrafe in cui scrive anche: “Se volete essere potenti dovete fare come i Romani, che quando liberano gli schiavi ne fanno cittadini ed in questo modo sono diventati grandi e potenti.” Il fatto di avere tanti cittadini, infatti, presupponeva eserciti più numerosi!
Caracalla diede cittadinanza romana a quasi tutti gli abitanti dell’Impero, e questo creò eserciti numerosi. Ad esempio nelle battaglie del Ticino, Trebbia, Trasimeno, Canne morirono migliaia di soldati romani ma ne restavano molti altri vivi. Immaginiamo lo stupore di Annibale, che si tovava sempre di fronte nuovi eserciti battaglia dopo battaglia!
Una città che resta così salda come Roma presuppone anche dei vicoli morali, ma non sarebbe bastata la volontà di combattere e di resistere senza sempre nuovi legionari pronti ad entrare in guerra,
I Romani di questo sono molto fieri, ne facevano un elemento di autocompiacimento, anche narrando delle loro origini etnicamente e socialmente promiscue – vedi Plutarco, Vite di Romolo -. Per i Greci questo invece era un motivo di disprezzo.
L’opinione comune vede la Grecia come patria della democrazia e Roma come la città del potere aspro. In realtà i Greci erano ossessionati dall’idea della stirpe e della razza, i Romani invece si dicevano immigrati e promiscui dal punto di vista della stirpe.

Sovana e la necropoli del parco città dei tufi

Sovana
 
La pavimentazione del paese è in parte in opus spicatum e conduce al Duomo, dedicato a San Pietro.
All’interno del Palazzo Pretorio c’è il centro informazioni sul parco dei tufi e la ricostruzione della tomba Ildebranda, con parte del frontone che è stato smontato per motivi statici e portato qui dentro. Il Palazzo Pretorio, come quello di Massa Marittima, presenta in facciata gli stemmi dei capitani di giustizia di stirpe nobiliare e, di lato incorporata al palazzo stesso, la colonna delle bandite (in tufo) per l’affissione dei bandi pubblici.
Il vecchio duomo di San Mamiliano era la sede della diocesi di Sovana, esistente fin dalla fine del V secolo, finché questo non diventa troppo piccolo e viene quindi traslato e rimontato nella zona nuova.
Questa chiesa si appoggiava probabilmente su un tempio pagano, individuabile anche dalla struttura dell’abside; era la chiesa di Santa Maria, poi diventata di San Mamiliano. In seguito arriva la famiglia Bourbon del Monte, originaria di Siena, che costruisce il suo palazzo con una parete addossata alla chiesa, chiudendone così l’entrata principale; infatti in questa chiesa si entra dalla navata di destra. Questo palazzo qualcuno vorrebbe attribuirlo al Vignola come architettura. Si ipotizza che il tempio precedente fosse un santuario delle acque, e la vasca dell’antico tempio verrà poi riutilizzata all’interno della chiesa per il battesimo per immersione totale. In questa chiesa si conserva anche un meraviglioso ciborio preromanico, prima di San Mamiliano, poi del Duomo ed infine mai mosso da qui.
La necropoli
 
La prima tomba che si incontra è quella dei Demoni Alati, in cui si vede la statua del defunto semidisteso sulla klinè con una patera in mano; si possono ancora vedere i colori: il rosso è palesemente un indicatore del fatto che il defunto fosse un uomo, perché la donna era bianca. Siamo nel III secolo AC. Si vedono poi due statue di leoni che proteggevano la tomba. La cosa particolare di queste tombe è che sono tutte scavate nella parete, non assemblate a parte e portate su. Eccetto il frontone, tutto il resto è stato scolpito sulla parete tufacea. La camera ipogea, dove si trovava l’inumato, stava al di sotto di questa edicola ma non si può scendere.
La sirena bifida è la scilla; ha nella mano destra un remo, ha due ali e delle lunghe spire. Al termine delle due code ci sono due lettini che sono quelli di morte. La parte sottostante presenta una decorazione a rose e colonnine.
La tomba Pola è a rischio di frana ormai da moltissimi anni, l’unica colonna rimasta è imbrigliata.
La maggior parte delle tombe etrusche della zona sono state riutilizzate come ricovero di animali, ed in alcuni casi anche come residenze, come nel caso di Vitozza (vicino Sorano) fino a metà del 1800 e poi come rifugio antiaereo durante la guerra. A riprova di ciò si vede anche un tiraggio per l’uscita del fumo quando si accendevano i fuochi, che hanno annerito le pareti della grotta.
Sei colonne in antis e tre laterali reggevano il frontone della Tomba Ildebranda. La tomba si chiama così in onore di Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio VII, che fu il personaggio più eminente di Sovana, ma naturalmente non è la sua tomba visto che egli nacque 1300 anni più tardi!
Il frontone della tomba aveva diversi colori, che erano bianco, rosso, oro ed un po’ di verde; come le tombe di Tarquinia questa aveva il tempio esterno dipinto. La differenza è che Tarquinia ha una pietra buona, il macco, che conserva le pitture, mentre il tufo di Sovana, pur essendo più compatto di quello di Pitigliano, è sempre una pietra porosa e di conseguenza la pittura, anche a causa dell’azione degli agenti atmosferici, si perde.
In alto sulla sinistra si vedono sepolture minori ma anche precedenti, alcune del V secolo AC ed altre più tarde. Quelle piccolissime sono tombe ad incinerazione, quindi addirittura precedenti. Sulla collina dall’altro lato, proprio di fronte alla tomba Ildebranda, si può vedere la chiesa di San Pietro di Sovana (il Duomo).
Quella che era la zona dei templi etruschi, quindi, guardava la tomba più importante della necropoli di Sovana. A parte i lucumoni, che erano i re delle 12 città stato etrusche principali, in quelle che facevano da Comune c’erano i principes. Nella tomba Francois di Vulci un guerriero di Sovana aiuta Mastarna (futuro Servio Tullio) a diventare re di Roma, il che ci rivela che Sovana doveva essere una città importante, così come le tombe.
Quando fu costruita la Tomba Ildebranda nel III secolo AC c’era già un’altra tomba.
Nel V secolo DC queste tombe vennero violate dai barbari, quindi ciò che rimane oggi sono pochi frammenti rotti.
La pianta di questa tomba è a croce greca, tutta scalpellata a mano, e probabilmente poteva essere dipinta ma ogni volta che entrava acqua ristagnava dentro ed erodeva le pareti, quindi non abbiamo traccia di eventuali pitture.
La struttura ipogea è molto piccola perché il tempio sopra è molto grande e pesante, quindi è stata scavata poco per evitare crolli. Il dromos era riempito, quindi una volta fatta la sepoltura non si poteva entrare all’interno della tomba.
Qui siamo intorno alla metà del IV secolo e la tomba presenta delle banchine laterali, che potevano anche ospitare altri sarcofagi familiari. Questa tomba ha dei cassettoni per ricordare una casa etrusca.
Le vie cave
Le vie cave sono delle vie scalpellate a mano dagli Etruschi per una grandezza che va da un metro e mezzo a quattro metri ed un’altezza che va dai dieci ai venticinque metri; si parla di manovalanza etrusca di V secolo AC. Queste vie sono state utilizzate non soltanto per collegare i diversi paesi del tufo, ma anche per fare dei collegamenti tra i paesi e le necropoli etrusche. Le aperture più grandi venivano usate per le urne ad incinerazione, le edicole più grandi invece erano edicole mariane. Queste vie cave erano totalmente buie e non erano visibili da chi passava sopra, quindi percorrendole si poteva scappare velocemente da una zona all’altra. Sono state utilizzate, in tempi più moderni, sia per nascondere gli ebrei che per far scappare interi eserciti. Nel Cavone si nascondevano addirittura i cannoni, proprio per evitare che fossero intercettati. Alcune scritte sulle pareti di queste vie indicano il numero del battaglione che vi si era rifugiato.
La Tomba del Tifone è una tomba ad edicola della metà del IV secolo AC, che venne così definita perché chi la scoprì  pensò che il personaggio rappresentato, una sorta di Medusa, fosse invece un personaggio che gonfiava le guance soffiando il vento ed originando un tifone. In questa tomba c’era una pittura che però è andata perduta. Le scalette servivano per salire sulla zona del timpano e consumare i pasti funebri, cosa che si usava fare anche in tutta la Magna Grecia e che ormai è rimasta prevalentemente in Sicilia.

Palazzo Orsini a Pitigliano

Il Palazzo Orsini di Pitigliano in origine venne fondato dagli Aldobrandeschi come castello; questa famiglia comincia ad incastellare tutta la costa tirrenica ed arriva fino a qui. Ad un certo punto Margherita Aldobrandeschi ha la possibilità di tenere la casata, visto che era l’unica erede femmina della contea di Pitigliano-Sovana, a patto che al concepimento di un figlio maschio avesse abdicato in suo favore. Il problema è che lei ha una primogenita femmina, Anastasia Aldobrandeschi, dal primo marito Guido di Montfort, quindi non poteva lasciare a lei la casata nonostante il fatto che i cugini per lei avessero già fatto un’eccezione – alla fine del 1200 era una concessione abbastanza particolare! -. Un’ulteriore eccezione non sarebbe stata gradita alle famiglie comitali vicine, e di conseguenza si cerca di trovare un altro marito per lei, che era stata dichiarata sciolta dal legame matrimoniale con Guido di Montfort dopo che lui aveva ucciso in maniera abbastanza violenta un nobile parente, suo cugino, Enrico di Cornovaglia, all’interno della chiesa del Gesù a Viterbo. Questo fu un episodio citato anche da Dante, quindi una cosa abbastanza nota già all’epoca.
I cugini le cercano quindi altri mariti, e Margherita contrarrà matrimonio altre cinque volte; in tutti questi matrimoni avrà un unico figlio maschio, Bindoccio, da Nello Pannocchieschi, che annegherà nel pozzo di Massa Marittima all’età di poco più di 10 anni. Di conseguenza questo erede maschio non c’è, ed i cugini pensano di trovare un marito per la figlia Anastasia: Romano Orsini.
Da questo matrimonio si ha il passaggio della casata dagli Aldobrandeschi agli Orsini, i primi rappresentati dalla statua di un leone alla destra della scalinata di accesso al cortile del palazzo, i secondi da un orso. Lungo il paese di Pitigliano e all’interno del palazzo si trovano dei simboli misti che fondono il leone con l’orso, proprio per celebrare l’unione tra le due famiglie.
Nel momento in cui gli Orsini prendono possesso di questa fortezza vi fanno dei lavori di modifica ed ampliamento. Entrando dalla scalinata, sulla destra si trovava un loggiato progettato da Antonio da Sangallo il Giovane.
Gli ambienti all’interno hanno subito notevoli rimaneggiamenti: la parte sulla destra è ora di uso residenziale, mentre quella in alto è sede del Museo Archeologico di Pitigliano, che espone reperti provenienti dal sito di Poggio Buco, che si trova tra Manciano e Pitigliano e fu utilizzato solo in età etrusca.
L’altra scalinata sulla sinistra conduce alla residenza del vescovo della diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello, perché la diocesi si è spostata da Sovana a Pitigliano e questo è diventato il palazzo vescovile.
L’ingresso monumentale del palazzo invece è quello di Palazzo Orsini, ornato da un architrave particolare con la rappresentazione di due mani che reggono un collare spinato e che simbolizza l’alleanza tra Niccolò III Orsini ed il Doge di Venezia. Questo era un patto di sangue perché Niccolò III Orsini fu comandante delle truppe venete durante lungo tempo ed ebbe diversi possedimenti in omaggio, tra cui Nola in Campania.
All’interno del palazzo sono custodite diverse opere di arte sacra che, per motivi di compravendita e ricettazione di opere d’arte nel dopoguerra, sono state portate qui per evitarne il furto.
I Medici qui arriveranno tardi rispetto al resto della Toscana, solo ad inizio ‘600; gli Orsini non volevano cedergli questo territorio al confine con lo Stato Pontificio, perché si trattava di uno snodo commerciale e strategico. I Medici faranno quindi uno scambio: daranno Monte San Savino, in provincia di Arezzo, agli Orsini, in cambio di questa zona.
La prima stanza oltre l’ingresso è stata scoperta da poco ed era stata intonacata, quindi non si vedevano più gli affreschi che adesso sono in evidenza; con la risistemazione del palazzo ci si è accorti che si intravedevano degli affreschi che poi sono stati portati alla luce. Stiamo parlando della Sala dello Zodiaco. L’affresco è di periodo ursineo nella parte centrale, dove si possono vedere tre cerchi che simbolizzano la trinità e la punta con l’occhio. Inizialmente proprio per questo motivo la sala veniva chiamata dell’Universo. Oggi si conosce come Sala dello Zodiaco perché ci sono tutti i segni zodiacali intorno alla parte centrale che simbolizza Dio e l’universo.
Gli Orsini amavano rappresentare i segni zodiacali, che troveremo qui anche in altre stanze, tra cui quella dove si trova adesso la biglietteria.
La parte sottostante degli affreschi è stata aggiunta in età medicea, e si capisce anche dai temi rappresentati, come le ghirlande.
Questa stanza del palazzo fu in seguito utilizzata come ufficio dell’Ente Maremma, che stravolse la conformazione della stanza.
Una delle cose rimaste però sono gli stemmi, come quello che celebra il matrimonio di Niccolò III Orsini con Elena Conti e la raffigurazione del compasso aperto con le punte rivolte verso l’alto legate da un nastro con un’iscrizione in latino: tempo, ordine e misura. Questo simbolo significava che per 40 anni gli Orsini non hanno mai aumentato le tasse alla popolazione pitiglianese perché gli abitanti si erano comportati bene. In caso di problemi, il compasso sarebbe stato sciolto e le tasse aumentate.
Questo simbolo è strettamente legato allo ius primae noctis, diritto di ogni personaggio importate che viene reistituito molto dopo il Medioevo dagli Orsini, che lo stabiliranno per ogni primo giorno del mese, che diventò di conseguenza l’unico giorno possibile per i matrimoni della zona. Fu fatta costruire una stanza apposita, un’alcova, all’interno del palazzo, anche come modo per recuperare le tasse – le famiglie più ricche, pagando la somma pattuita, avevano il potere di sottrarre le figlie a questo abominio -.
Il simbolo del compasso in questo caso non può essere un simbolo massonico perché il compasso è posto al contrario, ed il compasso della massoneria ha sempre l’occhio e la squadra. Questo simbolo si trova solamente a Pitigliano e a Sorano, o comunque nella contea di Pitigliano-Sovana-Nola.
Altro simbolo che ritroviamo spesso nel palazzo è l’aspide, in origine un’anguilla, perché gli Orsini provenivano da Anguillara, ma la famiglia diventa talmente importante che questo animale si trasforma diventando più pericoloso e velenoso. L’aspide ursini, o vipera ursinea, non è quella tradizionale ma la sua parente più pericolosa, che prende il nome dagli Orsini di Pitigliano.
La parte del museo si trova sul piano nobile di questo palazzo, dove si ritrovano, tra i simboli di prima, anche lo stemma ursineo che celebra l’unione tra Aldobrandeschi ed Orsini, con l’anguilla – che successivamente diventerà un aspide – e la rosa nelle parti laterali.
Proseguendo si incontreranno soffitti dipinti ed intarsiati con stemmi nobiliari originali.
In una delle sale le opere alle pareti rappresentano luoghi dominio degli Orsini o da dove erano transitati.
C’è anche una statua di legno a grandezza naturale che rappresenta Niccolò III Orsini, un edonista.
Nella stanza successiva, l’opera più importante è una statua in legno policromato ed intarsiato della Madonna con Bambino di Jacopo della Quercia. Il legno d’olivo, come in questo caso, veniva scelto perché si incavava all’interno, permettendo un più facile spostamento delle statue, ma soprattutto di infilarci all’interno dei pali per poterle portare in processione. Questa Maestà ha la particolarità di avere un duplice volto: per metà felice e per metà triste, perché era felice per la nascita del figlio ma già conosceva il destino a cui sarebbe andato incontro. Questo doppio effetto è rafforzato dalla lassità della spalla da un lato, che si nota più abbandonata rispetto all’altra.
In quest’opera il bambino ha un contatto con la mamma, come avveniva prima ma solo nelle opere di Ambrogio Lorenzetti – questo contatto, infatti, è più caratteristico del ‘400 -.
L’altra opera scolpita in legno policromato ed intarsiato è il San Pietro che si trova all’interno della chiesa di Montemerano, di Sano di Pietro, quasi coeva a questa ma che rappresenta il San Pietro con le chiavi, anche questo cavo ed in legno d’olivo.
La Madonna col bambino si trovava all’interno della chiesa di S. Agostino a Santa Fiora, ma è stata trasportata qui per il timore di furti e per l’umidità, visto che la chiesa si trova vicino alla peschiera.
Tutte le altre statue policrome in legno presenti in questo museo vengono dalla chiesa di S. Agostino a Santa Fiora.
La stanza più alta, corrispondente allo spazio della torre del castello, veniva utilizzata per lo ius primae noctis, cioè il diritto di “conoscere” tutte le ragazze della contea prima del matrimonio. Per coloro che non arrivassero illibate all’incontro con il conte era prevista una punizione per il padre che non aveva saputo sorvegliare la figlia: l’esposizione alla pubblica gogna per tutta la giornata.
Questa usanza gli viene svelata dal Doge di Venezia, qui era già decaduta perché si trattava di un’usanza medievale più che rinascimentale.
Niccolò III Orsini non fu apprezzato dal popolo per tutte queste cose, tanto che alla sua morte il suo monumento funebre in marmo fu smontato dal Duomo durante una sommossa popolare per far abolire lo ius primae noctis.
Il marmo della sua tomba fu poi riutilizzato per la costruzione della fontana in piazza.
In questa alcova ci sono cinque porte (di cui una era una botola sotto il letto) per evitare che le promesse spose si incontrassero tra loro, visto che il diritto del conte valeva per una sola notte e riguardava tutte le ragazze che si sarebbero sposate il giorno successivo.
Gregorio VII, Ildebrando da Soana, non faceva parte della famiglia Aldobrandeschi, perché loro non avevano figli che ambissero al soglio pontificio. Adottano quindi il figlio di un falegname di Sovana, che voleva diventare sacerdote, a cui pagheranno gli studi. All’interno del Duomo di Pitigliano ci sono due opere di Pietro Aldi, pittore mancianese, che rappresentano la vocazione e l’episodio del perdono di Canossa.
La maggior parte delle opere di questo pittore sono esposte nella sala Pietro Aldi a Saturnia, ed il 15 aprile vi sono state riportate altre sue quattro opere che erano a Roma.

 

Orbetello e Monte Argentario

Porto Ercole: Rocca Spagnola

Questa costruzione è erroneamente identificata come Rocca Aldobrandesca; in realtà la parte aldobrandesca è una minima parte costruita all’interno di questo forte voluto dagli spagnoli, facente parte dello Stato dei Presidi, presidio militare che viene fatto nel Centro Italia che comprendeva Orbetello, Monte Argentario, Talamone, Porto Longone, l’Isola d’Elba nonché Giannutri.

Questo territorio doveva controllare tutti i presidios spagnoli d’Italia, ovvero la zona di Napoli e quella del Regno delle Due Sicilie, che doveva essere tutelata da tutte quelle imbarcazioni provenienti da altre zone da nord a sud.

Porto Ercole era il primo porto che si incontrava venendo da sud, la propaggine più meridionale del Monte Argentario. A nord invece c’è Porto Santo Stefano.

Questa zona doveva essere fortificata immediatamente ed in questa zona infatti ci sono tre grandi forti: la Rocca Spagnola, Forte Filippo che si trova sulla prima collina entrando a Porto Ercole, e Forte Stella, a forma, appunto, di stella, sulla collina alle spalle della Rocca Spagnola.

Vengono messi anche dei bastioni a difesa del forte: quello di Santa Barbara, il forte di Santa Caterina sotto al Forte Filippo, ed il Forte dell’Avvoltore che controllava il Forte Stella e le rocche sottostanti.

Da qui veniva quel circuito di circa 42 torri che seguivano il profilo di questo piccolo stato e lo difendevano non soltanto da eventuali nemici ma soprattutto dalla pirateria, che era il problema più grande.

Nel maggio del 1546 i pirati entrarono a Porto Ercole; anche se questo fu un ingresso effimero, ogni anno dal 3 al 5 maggio una celebrazione ricorda l’evento.

L’Isola del Giglio invece avrà il problema dei pirati per lungo tempo, mentre altri paesi furono più tutelati. Orbetello, ad esempio, si è salvata di più perché i pirati trovavano prima Porto Ercole.

Questo sistema di fortificazioni comunque ha permesso un’efficace difesa del territorio (fatta eccezione per l’Isola del Giglio).

Una sorta di fossato con ponte levatoio serviva come ulteriore barriera della Rocca Spagnola, che si poteva autosostenere e sovvenzionare lo stato perché al suo interno potevano trovare posto scorte di cereali e polvere da sparo non soltanto per la Rocca ma anche per la comunità di Porto Ercole e per le zone limitrofe.

Da Porto Ercole ad Orbetello si arrivava per la Strada della Diga, che risale alla prima metà del 1800. Prima la strada non c’era, si andava coi barchini dalla Feniglia o dalla Giannella soprattutto per portare acqua, necessità fondamentale soprattutto per un paese tanto popoloso già dai periodi pre-medievali come Orbetello. Non bastava, infatti, la sorgente presente nel centro del paese e quindi Orbetello prendeva acqua anche dall’Argentario con un acquedotto che in età romana portava già l’acqua al paese.

Le murature della rocca sono spesse e seguono lo stile spagnolo, come quello usato nel Regno delle Due Sicilie: non conci squadrati come nell’architettura senese ma blocchi più piccoli, e lo stemma della casa reale di Spagna, facilmente rintracciabile anche a Napoli ed in provincia di Agrigento.

A seconda del periodo storico e del re ci sono diverse posizioni delle armi familiari in base a chi era il genitore del re in quel periodo.

Il tombolo completo separa il Mar Tirreno dalla laguna di Levante. Nel centro della rocca si vede Orbetello e sull’altro lato la laguna di Ponente. A separare la laguna dal Mar Tirreno troviamo la Giannella. Al termine della Feniglia, in corrispondenza del punto in cui il tombolo si unisce con la penisola italiana, c’è un piccolo promontorio corrispondente con la zona di Ansedonia, sulla cui sommità collinare si trovano i resti dell’antica città di Cosa, sito archeologico.

Proseguendo si trova la centrale di Montalto di Castro che fa già parte della regione Lazio.

Questa zona della Rocca Spagnola è strategica perché si vede il porto di Civitavecchia, quindi tutta la zona a nord di Roma, e le isole, fino alla Corsica, che dista 100 km da Porto Ercole (Giannutri dista 15 km).

Orbetello

Alle spalle del mulino, residuo degli altri che c’erano in questa zona, si vede il Convento dei Padri Passionisti, fondato nel 1700 da San Paolo Danei, conosciuto anche come San Paolo della Croce, che fondò questa congregazione che attualmente vanta circa 90 conventi in tutto il mondo, non soltanto di suore ma anche di frati.

Tra le specie ornitologiche della laguna di Orbetello abbiamo i fenicotteri e le folaghe.

Le mura urbiche di Orbetello, in opera poligonale, sono di V secolo e fanno parte della viabilità etrusco-romana. Affondano direttamente sul limo della laguna.

In età romana si privilegerà la città di Cosa, prima colonia fondata da Roma nel 273 AC, di cui Orbetello diverrà una frazione.

Questa cittadina avrà poi un’importanza notevole non tanto nel Medioevo quanto nel periodo spagnolo, quando diventerà la capitale dello Stato dei Presidi, dal 1557 al 1801.

Nel Palazzo del Governatore spagnolo c’era la sede ufficiale di questo stato.

La Piazza del Plebiscito, in prossimità delle mura, era più importante in epoca etrusco-romana che in seguito, perché sono state ritrovate delle tracce sotto la pavimentazione della piazza che testimoniano di questa maggiore importanza in quell’epoca.

La piazza ospita il Palazzo del Comune o Municipio, che riporta nell’angolo un’iscrizione romana, un’epigrafe proveneinte dalla città di Cosa, che nel 1329 fu distrutta dai senesi e diventò una cava di materiale. L’iscrizione ricorda il momento in cui, sotto gli Antonini, Cosa diventa Republica Cosanorum.

Gli altri stemmi che si vedono in alto sono di altra tipologia: ad esempio lo stemma di Orbetello col leone, che viene attribuito da Siena ogniqualvolta conquista una località, con una fiocina nella zampa destra ed un cefalo sotto alla zampa posteriore.

Il cefalo è uno dei pesci più importanti della laguna di Orbetello, ci viene prodotta anche la bottarga e per questo in zona si coltiva il pesce.

Il Duomo

La cattedrale adesso è concattedrale della diocesi di Pitigliano/Sovana/Orbetello dal 1981, ed è dedicata a Santa Maria Assunta.

Inizialmente era a navata unica, poi fu ampliata sotto lo Stato dei Presidi con altre due navate laterali, battistero e campanile alle spalle.

Fu un tempio romano dedicato probabilmente a Giove Vicilino, poi riutilizzata già dall’Alto Medioevo come chiesa cristiana, dopodiché rifatta a metà del 1300 quando questa zona finisce sotto l’orbita degli Orsini per il matrimonio con gli Aldobrandeschi.

Gli Orsini rimaneggeranno la facciata e parte dell’interno della struttura, che ha avuto diversi interventi ed ha sofferto un incendio notevole nel 1974 a causa dei ceri che incendiarono i tendaggi, tipici delle chiese fino agli anni ‘70 ed in seguito tolti proprio perché accadevano questi incendi. L’incendio provocò la distruzione di alcune delle decorazioni del soffitto e l’annerimento di quelle del catino absidale.

La prima cappellina laterale sulla destra fu realizzata durante il regno dei Presidios e ridipinta di recente, nel 2006, da Ardito Schiano, pittore portoercolese piuttosto famoso nella zona che ha dipinto un paesaggio lagunare e poi le porte di Orbetello di fianco al tabernacolo (la laguna di Orbetello era stata già rappresentata da un’altra opera in questa chiesa nel 1600!).

Questa era la cappellina di San Biagio (patrono di Orbetello), perché qua venivano mantenute ormai dal 1329 le reliquie del santo.

Carlo Magno annette la cittadina che si trovava sul colle di Ansedonia nell’800 portando con sé la reliquia di San Biagio o Sant’Anastasio; questa reliquia viene poi depositata nella chiesa di San Biagio ad Ansedonia ma quando la città viene distrutta dai senesi questa fu traslata ad Orbetello.

Ogni anno il 12 maggio c’è la processione dei barchini che da Ansedonia riattraversano questo tratto d’acqua, arrivano al Duomo e fanno la deposizione della reliquia per ricordare la traslazione che avvenne all’epoca della conquista senese di Ansedonia.

Questa reliquia, nonostante fosse protetta, fu rubata nel 2005 durante i lavori di consolidamento della struttura.

Fortunatamente all’interno della diocesi non si lascia mai un’unica reliquia, quindi ce n’erano altre due, due ossa del braccio, che si conservano tuttora in un’altra cappellina, ma non c’è più la testa.

L’affresco che si vede nella cappella è stato asportato dalla chiesa di Santa Maria ad Portam e rappresenta la Madonna di Costantinopoli, una Maestà in trono con ai lati i santi Pietro e Paolo, dei primi del ‘400. Era un’opera abbastanza particolare che si trovava all’interno di questa piccola chiesa costruita con materiali particolari di provenienza spagnola, come volle il governatore: marmi spagnoli che tendono al verde scuro, quasi nero, ma la chiesa attualmente non è visibile.

Fino al 1981 questa cattedrale era sotto l’abbazia delle Tre Fontane di Roma, quindi non faceva parte di diocesi locali ma per mille anni ha fatto parte della diocesi di Roma.

L’ultimo rifacimento del Duomo è del XIX secolo. L’annerimento dei volti è stato causato dall’incendio del 1974.

L’altare è costituito da un monolite in marmo con 24 formelle altomedievali del IX secolo DC – periodo longobardo-carolingio -, come a Sovana. I due frammenti di plutei dell’epoca furono ritrovati nella parte sottostante della cripta.

Le chiese in antichità, almeno fino al 1300, erano formate da tre livelli: platea, cripta – con le reliquie – e altare. Ci sono zone in cui questa tripartizione rimane più a lungo, e zone come l’alta Toscana in cui viene eliminata prima, semplificando la struttura. Questo criterio dipende dalle diverse committenze locali e quindi dalle diocesi stesse.

Rispetto all’abside originale, la chiesa si è allungata ed allargata anche nel catino absidale sotto gli spagnoli, dalla metà del ‘500 in poi.

Tra coloro che hanno fatto i primi ampliamenti e ridecorazioni della cattedrale c’è un personaggio importante: il cardinale Alessandro Farnese, che a fine del 1500 fa il mecenate per questa cattedrale. Di madre Orsini, anche se all’epoca Orbetello era già passata sotto gli spagnoli pensa di arricchirla e ridecorarla.

La cappellina a sinistra dell’altare è completamente napoletana, in stile rococò. Ospita ora le reliquie di San Biagio.

Nella navata laterale sinistra c’è un dipinto settecentesco che rappresenta la circoncisione di Gesù, soggetto molto particolare e poco rappresentato; simboleggia l’unione di tutte le religioni.

Più avanti, i 15 misteri del Rosario su lastre di rame, di maestranze napoletane di fine ‘600.

Le lapidi sono quelle dei vicerè spagnoli che si sono fatti seppellire all’interno della cattedrale, provenienti dalla Castiglia.

San Paolo Danei, raffigurato in un altro dipinto, ha il simbolo della croce della passione, simbolo dei padri congregazionisti passionisti.

Egli decise di fondare questo monastero perché stava per naufragare in una zona che ospitava un antico porto romano, ma si rifugiò in Santa Reparata (che si usa tuttora per ripararsi dalle mareggiate). Bloccato lì, cominciò a camminare verso il Monte Argentario dove fu poi realizzato il convento in una zona dove si ha una visione zenitale di Orbetello e delle lagune, che aiutava fortemente la meditazione.

Sempre a Santa Reparata anche Gregorio XI rischiò un naufragio mentre stava tornando a Roma nel tentativo di riportare la sede del Papato da Avignone a Roma. Anch’egli sarà costretto a restare diversi giorni e a salvarlo saranno i pescatori della laguna, che da quel momento in poi (si parla del 1300) avranno un’attribuzione speciale: si chiameranno nobili pescatori di fibbia di Orbetello, per via del canale di Fibbia che fu teatro del salvataggio. Il Papa gli regalerà una spilla – una fibbia, appunto -, che li identificasse.

Sulla Schola Cantorum c’è una cosa anomala: lo stemma di Orbetello ribaltato, col leone sulla sinistra anziché sulla destra, probabilmente risultato di un calco.

All’esterno, l’iscrizione sull’architrave ricorda la sistemazione della facciata del Duomo nel 1376 da parte del conte Orsini, conte di Soleto – per errore è stata aggiunta una P ma non è Spoleto! -, e questo è stato un errore dei restauratori. Soleto è in provincia di Lecce.

Il santo nella nicchia è San Benedetto, da non confondersi con San Biagio, ed in alto c’è il giglio di Francia, con la testa di Carlo Magno.

Il materiale impiegato è granito del Giglio, unico materiale alloctono.

Piazza Eroe dei Due Mondi

Non si può chiamare Piazza Garibaldi perché egli si fermò a Talamone, porto militare, dove c’è già Piazza Garibaldi, e nello stesso Comune due piazze con lo stesso nome non ci possono stare.

Il busto di Peppino è stato rimesso di recente perché il fornice era stato chiuso.

Il palazzo che era del governatore spagnolo serviva per le adunanze pubbliche e per i mercati. Questo viene sistemato nel 1600, e nei primi del 1800 viene aggiunta la parte alta con il segnavento.

Il palazzo delle Poste nella stessa piazza venne costruito più arretrato a causa dei bombardamenti del 28 aprile del 1944, per dare maggiore aria alla piazza.

Le mura

In età spagnola c’era, all’interno delle mura, solo la porta centrale; le altre due sono state aggiunte successivamente, per garantire l’interscambio automobilistico.

C’era anche un troncone ferroviario che da Orbetello portava fino all’imbarco dei traghetti di Porto Santo Stefano, parallelo alla Strada della Diga, ma questo fu bombardato nel 1944 e mai più ricostruito.

La parte della città verso la terraferma era l’unica a dover essere fortificata; le mura etrusche cingono il paese ma non lo fortificano. Via acqua potevano venire solo i pirati, che però non potevano arrivare con grandi navi.

I bastioni a punta sono come quelli di Grosseto, e le mura vengono poi sistemate dagli spagnoli con le ultime fortificazioni.

Sopra la porta principale d’ingresso, San Biagio, vediamo lo stemma dello Stato dei Presidi con l’epigrafe di Carlo I di Spagna che si occupa di questa risistemazione del paese.

L’edificio ricostruito dopo le guerre occupa lo spazio dell’antico castello aldobrandesco di Orbetello, anch’esso distrutto dalle bombe.

C’era anche un idroscalo, ovvero l’aeroporto per idrovolanti; all’inizio del secolo scorso si voleva raggiungere l’America, ma con l’aereo era impossibile perché non sarebbe arrivato al successivo scalo con il carburante disponibile – a malapena si arrivava in Spagna con un unico rifornimento! -.

Si pensa quindi di fare un idroscalo ad Orbetello perché protetto da Capalbio e Monte Argentario. Non a caso anche gli otto mulini erano stati disposti metà con le pale orientate a scirocco e metà con le pale orientate a maestrale, di modo che potessero prendere gli unici venti che potevano circolare.

Esclusi questi due venti, con gli altri si poteva sempre partire e quindi la partenza era garantita. Soprattutto gli idrovolanti quando terminavano il carburante planavano sul mare, potendo continuare ad andare ancora per un po’ avvicinandosi al successivo luogo di rifornimento carburanti.

Nel 1928 parte la prima trasvolata oceanica verso il Sudamerica da Orbetello, capitanata da Italo Balbo. Queste trasvolate oceaniche si interromperanno con la Seconda Guerra Mondiale, infatti i mulini furono abbattuti per costruire un ampliamento dell’idroscalo, cosa che però non fu fatta proprio per lo scoppio della guerra. Il progetto non si riprenderà e l’idroscalo verrà abbandonato, diventando la sede del Circolo Canottieri. C’era qui anche uno dei più grandi hangar italiani, l’Hangar Nervi, progettato da Pierluigi Nervi che per uno sgarbo dei tedeschi fu fatto saltare in aria.

La chiesa di Santa Maria ad Portam era una delle più antiche, quasi periferica rispetto al paese, e si trovava in questa zona.

Porto Santo Stefano

Il corpo quadrangolare è il più recente, mentre la parte più avanzata fa parte di una costruzione precedente, inglobata poi a fine ‘600 nella grande costruzione quadrangolare alle sue spalle.

Questa è stata la prima costruzione fatta sulla baia di Porto Santo Stefano, dopo la costruzione della Torre dell’Argentiera.

Intorno alla Fortezza Spagnola si viene poi a creare tutto l’abitato di Porto Santo Stefano, ma purtroppo questo paese, così come la Rocca, vengono distrutti durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Il paese viene completamente raso al suolo e poi ricostruito perché era un obiettivo militare sensibile – si può ancora vedere una piccola traccia del siluripedio che si usava per i silureggiamenti a mare -.

Perché costruire così tardivamente a Porto Santo Stefano? C’erano piccoli insediamenti in prossimità di approdi, come il canale di Santa Liberata o Santa Reparata, ed un altro in una zona portuale. Il problema è che la baia è grande e quindi era difficile da difendere dagli attacchi dei pirati, al contrario di Porto Ercole che era più piccolo e racchiuso tra due colline.

Qui bisognava invece fortificare non soltanto il castello ed il paese ma l’intera baia, cosa che non era di semplice attuazione.

C’erano delle torri costiere che però non bastavano alla difesa dell’intero paese, quindi la sicurezza di Porto Santo Stefano si avrà solo nel 1692, quando terminò la costruzione di questa fortezza.

L’abitato si appoggia sulla collina perché lo spazio nella zona del porto era limitato e per stare il più lontano possibile dai pirati.

I reperti delle imbarcazioni che si possono trovare qui provengono prevalentemente dai relitti che sono stati trovati nei pressi dell’Isola del Giglio, Giannutri e nella zona dell’Argentario; essendo queste isole abbastanza vicine al continente, i naufragi erano dovuti alla presenza di secche o emergenze rocciose su cui impattavano le navi.

I naufragi fatti ad alte profondità invece si riferiscono a partenze fatte nei momenti sbagliati, ad esempio partendo dal Giglio col vento di maestrale, ed era un rischio allora come lo è tuttora.

Anche Porto Santo Stefano fu pesantemente bombardato – si contano 108 incursioni aeree -, ma la più devastante fu quella dell’8 dicembre 1943, in cui il paese fu completamente bombardato e rimase in piedi solo la fortezza, di cui il piano superiore non fa parte della costruzione storica ma fu costruito in questa occasione (si nota anche la differenza architettonica).

Quando negli anni ‘70 subentrò la Sovrintendenza si tentò di demolire la parte ricostruita dopo i bombardamenti della guerra, ma questa era stata costruita in cemento armato e quindi, con la paura che demolendo il piano superiore venisse giù anche la parte antica, fu lasciata così come la vediamo oggi ed adibita a spazio museale.

C’è una cisterna di 35 metri per 35 e profonda 11, che doveva servire come deposito acqua e per la guarnigione di un massimo di 40 soldati ma che serviva anche come arma da difesa, perché dalle caditoie non si gettava l’olio, che costava caro anche all’epoca, ma acqua bollente.

La biglietteria era la polveriera e l’unica stanza che non era in comunicazione con le altre.

Ci sono due piccole finestrelle, in corrispondenza degli stendardi, dove però l’aria non arrivava diretta.

I pavimenti non sono originali, sono stati sostituiti col cotto non lavorato.

Tutto ciò che si vede nel museo è originale. Nella ricostruzione della nave si vede anche come erano impilate le anfore all’interno delle navi, e poi legate con un fasciame di legno e sabbia, per evitare le piccole oscillazioni e, quindi, la rottura. Lo stesso tipo di anforacei si trovano anche a Cosa.

Talamone era una cittadina molto importante, qui si trova anche un’anfora vinaria da trasporto ritrovata in un relitto.

Kayr Eddin, detto Barbarossa per il colore della barba, fu uno dei pirati più temibili e probabilmente non autoctono proprio per questo. Sarà lui a deportare tutta la popolazione gigliese nel maggio del 1546 e sarà lui a fare un’incursione a Porto Ercole, sempre nel maggio dello stesso anno; è anche legato alla leggenda della bella Marsilia, una fanciulla rossa di capelli che rapì e portò in sposa al sultano Solimano per il suo harem. Lei, secondo la leggenda, ne divenne la favorita e riuscì a far uccidere dal sultano il primogenito, accusato di tramare contro il padre, per mettere sul trono il proprio figlio.

In questo museo si trovano anche dei flauti che sono probabilmente i primi flauti traversi della storia; non si sa se fossero destinati alla vendita o se erano un qualcosa che usavano i marinai per passare il tempo del viaggio.

I Greci navigheranno moltissimo nel Tirreno ma anche nel Mediterraneo in generale, quindi possiamo ritrovare frammenti del fasciame usato su queste navi perché erano progettate con criteri durevoli – legno di rovere -, come nel caso della nave che affondò al Giglio, che era greca.

Pitigliano: la Piccola Gerusalemme

Nel 1893 gli Aldobrandeschi si imparentarono con gli Orsini: qui si vede lo stemma ursiniano con le rose e l’orso giovane. L’acquedotto mediceo (XVI secolo) fu costruito per portare l’acqua all’acquedotto delle Sette Cannelle.

La parte fortificata fu voluta dagli Orsini, ed in questa zona sorgeva la torre del palazzo Aldobrandeschi, che poi è stato rifatto da Niccolò III, che vuole dargli un’aria più alla moda e più efficiente per l’epoca – siamo intorno al 1480 -.

Alla cittadella medievale fortificata si accedeva da una porta, e le scale portavano a ciò che rimane dei piani di sopra; la cittadella medievale era protetta da mura e da un fossato, con ponte levatoio che poi è stato tamponato e coperto per permettere la moderna circolazione del traffico.

Nel palazzo comunale c’è ora un museo privato che viene aperto su richiesta: il Museo dei Giubbonai, attività a cui fa riferimento anche il monumento dedicato al villano in una piazza della cittadina. I contadini venivano chiamati giubbonai per via della giubba che indossavano, ed il museo è tutto scavato nel tufo.

I fiumi che scorrono qui sono il Lente ed il Meleta, che si possono vedere dall’affaccio panoramico; il Lente ha scavato il tufo, e ciò fa sembrare la città posta in cima ad una collina, ma in realtà è un pianoro.

La sinagoga

La sinagoga di Pitigliano è una delle più importanti della Toscana: le altre sono a Firenze, Pisa, Siena e Livorno. Qui adesso non c’è più una comunità attiva, sono rimaste poche persone che fanno capo alla comunità ebraica di Livorno, la più grande della Toscana. È soprattutto un museo dal momento che non vengono fatte spesso celebrazioni perché non si raggiunge il numero.

La sinagoga fu costruita nel 1598; è crollata nel 1962, ed in quell’occasione rimase in piedi solo la parte del matroneo. Crollò perché Pitigliano, come le vicine Sovana e Sorano, sono città costruite sul tufo, e negli anni in cui non facevano interventi di consolidamento le strutture crollavano per cause naturali. Dopo il crollo del ‘62 ci fu un abbandono totale della struttura, che incluse la biblioteca e la scuola ebraica, per più di 30 anni. Gli ebrei rimasti quindi non avevano più un luogo dove andare a pregare, quindi cominciarono altri trasferimenti e non c’è stato un ricambio generazionale – sono rimaste solo tre persone a Pitigliano della comunità originale -, anche perché l’appartenenza all’ebraismo la dà la madre con il parto; i bambini di solo padre ebreo non sono considerati ebrei, e questo fa sì che diminuiscano sempre di più. Ci sono altri ebrei che hanno comprato casa qui ma non sono della vecchia comunità.

All’interno della sinagoga l’elemento più importante è l’armadio sacro, che al suo interno contiene i rotoli della Torah. Torah significa insegnamento, legge, e con questa parola ci si riferisce all’Antico Testamento, composto da cinque libri. All’interno dell’aron la Torah non è scritta a mo’ di libro ma su un rotolo di pergamena fissato su due bastoni laterali; questo perché viene scritto da uno scriba specializzato, sotto la sorveglianza del rabbino, e poi la parola di Dio non può essere toccata più da nessuno. Vengono quindi utilizzati i bastoni per andare al passo che interessa leggere e un puntatore fatto a forma di manina per tenere il segno. La Torah si conserva avvolta in preziose stoffe ricamate anche con fili d’oro e ha dei puntali sopra a questi bastoni, in genere in argento o oro, ed una corona per tenerla unita. L’altra corona si trova sopra l’armadio sacro ad indicare la sovranità della legge di Dio. Le tavole dei dieci comandamenti le troviamo sul soffitto della sinagoga, nel punto più alto, proprio per indicare che niente è più alto della legge di Dio. Gli uomini che entrano in sinagoga si coprono la testa con la kyppah proprio per abbassare la testa al cospetto di Dio, quindi contro la superbia umana. L’aron è sempre sopraelevato tramite gradini, proprio perché rivolto al Signore. Questo armadio sacro si può aprire quando c’è il minian, cioè il numero di dieci uomini fondamentali perché si possa tirar fuori la legge di Dio e fare celebrazione; è una sorta di numero legale che anticamente serviva per dare validità giuridica ad un atto. Questo è un problema, nel senso che non sempre sono disponibili dieci adulti maschi nelle serate di celebrazione in centri più piccoli, per una celebrazione che dura dieci ore ed ha inizio al tramonto. Durante la settimana normalmente si prega, ma la preghiera più importante è quella dello Shabbat, il sabato, che inizia sempre al tramonto perché il giorno dell’ebraismo inizia al tramonto la sera del venerdì e finisce al tramonto del giorno successivo. Durante lo Shabbat ci si deve dedicare soltanto al riposo, alla ricreazione ed ai rapporti familiari, come era anche la domenica una volta per noi, ed allo studio della Torah. Si tratta di un giorno in cui non si può compiere nessuna azione che dimostra la forza e la volontà dell’uomo sopra la natura, quindi non si possono accendere gas né luce, non si può usare il telefono, non si potrebbe viaggiare. I cibi per lo Shabbat vengono preparati il giorno prima del tramonto. Questo perché per l’ebraismo non ci sono i nomi dei giorni della settimana, e lo Shabbat coincide con il giorno di riposo di Dio dopo la creazione del mondo.

I cattolici, dopo il concilio di Nicea del 325, stabilirono che il giorno del riposo per i cristiani fosse la domenica per distinguersi dagli ebrei.

Quando riescono ad essere almeno dieci uomini gli ebrei tirano fuori la Torah e la appoggiano nello spazio centrale. La lettura è sempre rivolta verso l’armadio sacro, che a sua volta è orientato verso Gerusalemme, e questo lo fanno anche a casa mentre pregano, sempre rivolti verso Gerusalemme.

Gli ebrei si dividono in sefarditi, che sono gli ebrei di origine spagnola e portoghese – in ebraico Spagna si dice Sefar – e ashkenaziti, gli ebrei della Germania e dell’Europa dell’Est – in ebraico Germania si dice Ashkenaz -; questi ultimi parlano l’yddish, una lingua molto complessa.

La spazio centrale della sinagoga dove si legge la Torah è riservato ai saggi della comunità, agli anziani. Ci sono delle scale per entrare e per uscire perché nell’ebraismo non c’è il parroco come figura intermediaria tra Dio e gli uomini, quindi i passi della Torah vengono letti da dai diversi uomini del minian che si avvicendano su questa sorta di palco per la lettura. Non c’è un celebrante con un’assemblea che rimane in silenzio come nelle messe cattoliche.

Ancor più interessante è il fatto che tutti gli ebrei devono conoscere la Torah, e quindi saper leggere. Tutti gli ebrei hanno sempre saputo leggere, scrivere e far di conto, arrivando quindi ad ottenere dei lavori più importanti proprio per questa forte alfabetizzazione presente da sempre sia per gli uomini che per le donne. Tuttora i bambini, a partire dai quattro anni e mezzo/cinque, iniziano la scuola ebraica che insegna loro l’ebraico, a leggere e scrivere, tutta la tradizione ebraica delle festività e tutta la cultura che non è solo una religione.

A 13 anni poi il maschio fa una cerimonia molto importante che è il bar mizvah, figlio del precetto, in seguito alla quale acquisisce la maggiore età religiosa. A questa cerimonia partecipa il rabbino insieme a tutta la comunità: al ragazzo viene fatto leggere un passo sacro della Torah e poi si fa una gran festa. Questo è molto importante perché può essere poi annoverato in quel minian, anche se poi non verrà chiamato alla lettura, ma per poter raggiungere il numero legale necessario per celebrare.

Le ragazzine fanno questa cerimonia un anno prima perché maturano prima, quindi a 12 anni, ma poi non hanno una partecipazione attiva al culto, quindi assisterà alle celebrazioni ebraiche dal matroneo, insieme alle altre donne della famiglia ed ai bambini. Questa cerimonia al femminile si chiama bat mizvah, cioè figlia del precetto. Questo è indice che anche la donna nell’ebraismo non è tenuta nell’ignoranza perché poi ha sempre avuto un’importanza fondamentale nell’educazione dei figli, e per poter educare bisogna sapere. Per questo l’analfabetismo è sconosciuto alla cultura ebraica.

Questa suddivisione tra uomini e donne ancora oggi è osservata nelle comunità ebraiche più chiuse e conservatrici, mentre nelle comunità più moderate o riformate si attenua questa divisione, dovuta a varie motivazioni: una è perché la donna avendo le mestruazioni è considerata impura, quindi tenuta a debita distanza dalla Torah – qui si trovano anche i resti della struttura dedicata al bagno rituale femminile, il mikveh, a cui la donna deve sottoporsi prima di sposarsi, dopo aver partorito e dopo aver avuto le mestruazioni -; l’altra ragione è perché la donna ha i bambini, che fanno confusione, e l’ultima è perché gli uomini quando vedono le donne si distraggono.

Il rabbino è la persona incaricata di assicurarsi che la comunità segua le leggi ebraiche, è un maestro ed una guida spirituale ma non è un sacerdote.

Egli studia molto per diventare il capo della comunità ebraica, che si rivolge a lui in caso di problemi e controversie, anche tra marito e moglie. Se ci si sposa o si divorzia bisogna rivolgersi al rabbino; il divorzio è una pratica normale per gli ebrei: il rabbino tenterà una riappacificazione ma ove questa non fosse possibile si può tranquillamente divorziare.

In Italia abbiamo un ebraismo piuttosto conservatore ma anche aperto al dialogo con altre religioni.

Nella parte più alta dello spazio centrale della sinagoga avvenivano le circoncisioni, a 8 giorni dalla nascita del bambino (il numero 8 rappresenta l’infinito) ed in assenza di problemi di salute. Per gli ebrei questo significa rinnovare il patto che Dio fece con Abramo, ma la circoncisione è pratica diffusa, ad esempio, in America, anche tra i non ebrei. Nelle sinagoghe c’era una persona specializzata per questa pratica che in ebraico si dice milah, ed attualmente viene praticata negli ospedali da medici specializzati.

Gli ebrei iniziano a contare gli anni dalla creazione del primo uomo, Adamo, nel 3760, quando nacque Gesù, che era ebreo. Siccome inizialmente non era stato riconosciuto come il Messia e quindi non ha avuto questo impatto fondamentale per l’uomo, non c’è mai stato un azzeramento di prima e dopo Cristo, mentre poi per chi ha creduto lo zero definisce il prima ed il dopo di quell’evento.

Gli ebrei poi un’indicazione la danno comunque, ad esempio nei libri scrivendo 30 A. E. V. per indicare Anti Era Volgare, intesa come era del volgo, il nostro prima di Cristo, o 30 E. V. per indicare il nostro dopo Cristo, che quindi coincide.

Cristo era stato riconosciuto come il profeta ma non come il messia, che ancora viene atteso.

In ebraico menorah significa lampada; quella che abbiamo qui è la menorah per eccellenza, che deriva da quella descritta nella Bibbia, grande ed in oro massiccio che doveva brillare dentro il tempio di Gerusalemme che avrebbero poi costruito. La menorah doveva essere a balze con delle terminazioni simili a dei boccioli, quindi ricorda l’albero della vita. Sono state date varie interpretazioni dal momento che non si sa il perché dei sette bracci: forse si tratta dei sei giorni della creazione più il riposo il settimo giorno. Non si vedranno mai con le candele accese sulla menorah perché nel momento in cui fu distrutto per la seconda volta il tempio di Gerusalemme per opera di Tito nel 70 DC questa menorah enorme in oro venne portata via e mai più ritrovata (la scena la troviamo raffigurata nell’arco di Tito a Roma).

Da quell’episodio il tempio di Gerusalemme non verrà mai più ricostruito ed oggi resta solamente il muro del pianto nella parte occidentale dove gli ebrei vanno a pregare.

Questo candelabro non è da confondere con l’altro a nove bracci che invece viene acceso ogni anno per celebrare la festa di Hannukah, la festa delle luci; questo candelabro presenta otto bracci tutti in fila ed uno che sovrasta gli altri, che può trovarsi da una parte o in mezzo.

Quando il tempio di Gerusalemme venne invaso dai Greci, questi fusero all’interno del tempio le loro statue delle divinità pagane – la religione ebraica è monoteista -. Dopo tre anni di lotta gli ebrei riuscirono a riconquistare il tempio e per celebrare la vittoria accesero la menorah, ma l’olio sacro che avevano a disposizione sarebbe bastato soltanto per una ampollina, mentre al gran sacerdote servivano otto giorni per consacrare altro olio. Fu un miracolo perché quell’unica ampollina bruciò per tutto il tempo necessario perché il sacerdote consacrasse altro olio, e siccome gli ebrei non credono ai miracoli questo evento miracoloso fu fissato in un nuovo candelabro, da accendere ogni anno in ricordo di questa vittoria del monoteismo sul paganesimo nella festa di Hanukkah, nel periodo invernale vicino al nostro Natale. Questa festività, che era stata dimenticata, è tornata in auge negli anni ‘80, negli Stati Uniti dagli ebrei americani.

La sinagoga non è assimilabile alla chiesa cattolica: la parola stessa in ebraico significa “casa di riunione”, parlamento israeliano. Fu un’invenzione spettacolare perché quando fu distrutto per la prima volta il tempio di Gerusalemme ci fu la diaspora, e quindi gli ebrei ebbero l’idea di creare un luogo per continuare la tradizione orale, l’ebraico – che prima era relegato soltanto alla celebrazione – e la storia della loro cultura. Questa istituzione creata con lo scopo di non far morire l’ebraismo è rimasta anche quando ricostruirono il tempio per la seconda volta e quando fu distrutto di nuovo.

In sinagoga si viene anche solo per discutere degli argomenti della Torah e non si viene per confessarsi, perché un giorno l’anno, nel nostro periodo di settembre/ottobre, c’è il giorno del perdono dei peccati, in cui gli ebrei osservano 24 ore di digiuno purificandosi nel corpo e nello spirito. Non c’è il passaggio in sinagoga per il funerale: quando si muore si va direttamente al cimitero. Ci si sposa in sinagoga ma ci si può sposare anche da altre parti, l’importante è che ci sia il rabbino e che il matrimonio avvenga sotto lo speciale baldacchino retto ai quattro angoli da quattro uomini, che prefigura la casa futura e la famiglia che si verrà a formare dall’unione dei coniugi.

Il ghetto

Sotto la sinagoga ci sono sei stanze riportate alla luce nel 2002 che è ciò che rimane dell’antico ghetto. Nel 1622 i Medici decisero di istituire il ghetto, quindi di relegare la popolazione ebraica in una zona ristretta del paese di Pitigliano, che fu ciò che avvenne anche a Sovana e Sorano.

Venne scelta questa area perché la maggior parte della popolazione ebrea già abitava qui e c’era la sinagoga; chi non viveva già in questa zona venne sfrattato ed obbligato a vivere qui.

Gli uomini potevano uscire durante il giorno ma dovevano portare come segno di riconoscimento un cappello rosso, mentre le donne un nastro rosso al braccio.

Dopo il tramonto nessuno poteva più uscire. Furono chiuse tutte le loro attività lavorative, quindi gli ebrei si specializzarono nella conciatura delle pelli e nel tingere i tessuti, cose che poi commerciavano.

Sotto la sinagoga quindi si vedono i resti delle strutture del bagno di purificazione femminile. L’acqua del mikveh non poteva essere portata manualmente ma deve essere acqua di sorgente. Qui sotto la utilizzarono perché veniva direttamente dalla roccia di tufo ed era acqua piovana.

C’è anche la stanza dove facevano il vino kasher – parola che significa “adatto” ad essere consumato da una persona ebrea -. Tutta l’alimentazione ebraica segue la kasherut, tutto dev’essere fatto secondo i dettami della religione ebraica sotto la sorveglianza del rabbino. Tuttora si produce a Pitigliano il vino kasher usando i locali della cantina cooperativa, con una produzione a sé.

Poi c’è il locale del museo, fatto in forma didattica, il locale del macello kasher – l’animale deve morire dissanguato a seguito di un taglio netto con coltelli molto affilati, se il taglio viene male si butta tutto quanto e la carne viene fatta a pezzi e ripetutamente lavata per eliminare ogni traccia di sangue, perché il sangue è simbolo della vita e non può essere ingerito -.

Ci sono poi i locali del forno per il pane azzimo, senza sale e senza lievito che gli ebrei mangiano obbligatoriamente durante i sette giorni di Pasqua, altrimenti durante l’anno possono mangiare anche il pane lievitato. Pesa in ebraico significa passaggio, e quindi la Pasqua ebraica si riferisce all’attraversamento del Mar Rosso; in inglese è pass over, passare oltre.

C’è poi il locale dove gli ebrei tingevano i tessuti e conciavano le pelli, quindi una specie di laboratorio.

Luoghi etruschi: Vetulonia

 

Museo archeologico

Il museo archeologico di Vetulonia è diviso per periodi storici, visto che è un museo praticamente monotematico, nel senso che si occupa soltanto di Vetulonia, quindi non ci sono reperti alloctoni ma solo autoctoni. Per questo troviamo delle sale suddivise per periodo storico; nella sala dell’orientalizzante troviamo dei resti di necropoli a circolo di pietre, con sepolture che successivamente verranno sviluppate in maniera più complessa comprendendo le tholos.
Le due lucumonie di Vetulonia (a nord) e Roselle (a sud) si affacciavano sul lago Prile, di cui si contendevano il dominio. A Castiglione della Pescaia si trova l’ultima parte di questo spazio lacustre ormai per il resto scomparso, il padule della Diaccia Botrona. Il fatto che queste due città si fossero concentrate sul dominio del lago ha avuto come conseguenza il disinteresse nei confronti dello spazio costiero; esse infatti non svilupparono un proprio porto come altre città etrusche, ad esempio Cerveteri o Tarquinia, che si affacciavano sul mare.
Vetulonia avrà la fortuna di essere una zona prossima alle Colline Metallifere, quindi con una facilità di reperimento di quei materiali minerali impiegati per produrre manufatti destinati ai corredi delle tombe, che ebbero una grande valenza anche dal punto di vista economico.
Troviamo dei vasi biconici che avevano sempre a chiusura una scodella, che poteva essere fatta appositamente per quel tipo di vaso oppure si poteva reimpiegare una scodella di uso comune/domestico a cui si rompeva un manico e che si posizionava sopra il vaso biconico sancendo così il fatto che da quel momento si terminava la sua utilità durante la vita quotidiana e si utilizzava soltanto per il mondo dell’oltretomba.
All’interno dei biconici c’erano sempre le ceneri, quindi in questo periodo villanoviano possiamo dedurre che vige in tutta l’Etruria il rito dell’incinerazione. Tra l’orientalizzante ed i periodi successivi all’incinerazione si affianca l’inumazione, ma in generale dal VI secolo AC in poi gli Etruschi tenderanno ad inumare i propri defunti in tombe monumentali (ad esempio quella della Pietrera, poco distante da qui), pero in alcune zone e periodi si ricorrerà alla doppia sepoltura, quindi sia incinerazione che inumazione, un po’ come adesso, non si sa se per motivi religiosi o una per una banale scelta dei defunti di farsi seppellire in un modo o nell’altro. Troveremo quindi delle sepolture ad incinerazione anche in periodi successivi, ad esempio nel III secolo, come usanza abbastanza anomala.
Per quanto riguarda il corredo c’era un vaso biconico all’interno di una cista litica (contenitore di pietre) con dei segnacoli in cima a segnalare la presenza della tomba (ma non nel caso di Vetulonia!), ed in alcuni casi con delle decorazioni geometriche che andavano ad abbellire il corredo stesso. Il corredo a volte stava intorno al biconico, a volte veniva addirittura inserito dentro perché molto spesso succedeva che l’inumato durante la cremazione veniva mantenuto con indosso i suoi oggetti personali, che quindi restavano matematicamente all’interno dell’urna cineraria. Questi oggetti ci mostrano la cultura dell’epoca: in questo caso siamo nel villanoviano, IX secolo AC, e vediamo spille, fibule e rasoi da barba a forma di lunetta, che denotano un’attenzione particolare alla cura della persona, già avanzata in quest’epoca molto antica. Si trovano anche fibule per fermare le vesti o i cinturoni ed oggetti usati per gli animali, come gli spadini. C’erano anche le fuseruole di legno che servivano per filare e che abbiamo usato fino a 50 anni fa. La quadrinacria, simbolo da cui poi è derivata la trinacria siciliana, è un simbolo molto antico che si ritrova nelle tombe etrusche; forse simboleggiava il commercio con le zone della Magna Grecia. Fino all’invenzione dei bottoni nel ‘700 si useranno spilloni ed alamari, altrimenti arrivano da altre zone altri oggetti simili agli alamari dalla civiltà nuragica. Fin dal periodo neolitico, infatti, sono attestati commerci con la Sardegna, le isole e le zone più lontane. I tiniateria sono dei sostegni per l’illuminazione, erano come dei candelabri che stavano al centro della stanza.
A Vetulonia per la costruzione delle necropoli si impiegano due pietre: l’alberese, sorta di arenaria molto morbida, e il sassoforte, pietra ben più concreta e più dura che fu battezzata “pietra di Vetulonia” per distinguerla dall’altra, arenaria, più morbida.
C’è una stele riferita ad un guerriero che indossa uno scudo da parata rappresentativo (enorme), diverso da quelli di utilizzo, più piccoli e maneggevoli, e presenta anche un’ascia bipenne col simbolo del fascio littorio, che probabilmente fu inventato a Vetulonia, e poi ripreso dai Romani. Si tratta di un fascio di verghe a cui era legata l’ascia bipenne, che in Etruria era un oggetto da parata mentre in epoca romana veniva usato dall’autorità per fustigare.
C’è una coesistenza di biconici ed urne a capanna: le urne cinerarie dovevano ricordare la casa dove avevano vissuto i defunti. In questo vado queste capanne dove loro vivevano aveva un basamento in pietre ed un elevato di fascine ed argilla battuta, ed erano coperte da un tetto di incannicciati a spiovente per evitare che collassassero durante le intemperie. Avevano anche una sorta di finestre, e quelle più elaborate, come questa, presentavano una decorazione geometrica al di fuori. Il simbolo qui presente simile alla svastica ma in realtà ruotato di 45 gradi è antichissimo e simboleggia lo scorrere del sole, che sorge ad est e tramonta ad ovest.
Tantissimi paesi etruschi perderanno l’onomastica durante i periodi altomedievali e li recupereranno soltanto con i regi decreti tra il 1880 ed il 1900, quando personaggi come Isidoro Falchi nel caso di Vetulonia faranno rivalere l’onomastica precedente al Medioevo.
La tomba della Pietrera è particolare perché si tratta di due tombe sovrapposte, probabilmente a causa del crollo del primo monumento su cui si costruisce sopra seguendo la stessa tipologia: dromos lungo e tholos altissima, con i classici quattro ambienti laterali. All’ingresso della tomba della Pietrera c’erano anche otto figure statuarie, quattro maschili e quattro femminili, che accompagnavano questo dromos. L’inumato doveva essere un personaggio eminente, vista la monumentalità della tomba e le sue strutture.
I bacili sono di eredità assira, infatti loro saranno i primi a costruire queste strutture. Abbiamo anche lamine sbalzate fatte col sistema della granulazione, ossia la riduzione in goccioline dell’oro colato con cui si facevano anche i gioielli, di immenso valore.
Si trovano anche oggetti di bucchero grigio e ceramica domestica riprodotti per le tombe a cui erano destinati, ed in alcuni oggetti commistioni nelle decorazioni di questi oggetti che testimoniano la contaminazione con gli stili greci, con cui gli Etruschi commerciavano.
Nelle pissidi abbiamo ancora oro con granulazione ed importazioni anche di beni di lusso, come le uova di struzzo che venivano dal Nordafrica, che spesso venivano anche dipinte senza rischiare di rovinarle, usate poi come bicchieri esotici o semplicemente utilizzati come soprammobili. Le decorazioni degli specchi erano generalmente miti rappresentati sul bronzo – l’altro lato era la superficie riflettente -. Le patere invece erano oggetti di prestigio.
La differenza tra il bucchero e la vernice nera è che il bucchero è nero all’interno, mentre la vernice nera è una verniciatura dell’oggetto.
L’abitazione di Medea viene trovata nella zona degli scavi di città e vi si trova rappresentato il mito di Medea, che vedendo che il marito voleva convolare a seconde nozze con Creusa, le fa un mantello come regalo nuziale che nel momento in cui lei andrà a lavarsi per il rito purificatorio prematrimoniale le brucerà le carni. Poi ucciderà i figli avuti da Giasone e fuggirà su un carro alato.
Negli scavi di città troviamo anche un pozzo non in pietra ma in terracotta scolpita, molto raro per via del materiale utilizzato.

L’abitato

Sul basamento delle mura etrusche di Vetulonia si è appoggiato l’abitato medievale; i grandi blocchi sono del periodo V/IV secolo AC. Nel Medioevo inizia l’impaludamento in queste zone, quindi anche al di là del fenomeno dell’incastellamento si cominciano a costruire le città sulle alture. Arce viene da arx che sta ad indicare una zona fortificata, corrispondente all’acropoli. I grandi blocchi megalitici sono stati parzialmente reimpiegati anche per la costruzione della chiesa. In una parte dell’arx è stata infatti edificata la chiesa di Simone e Giuda.

Domus dei Dolia

Questa domus fu costruita nel III secolo AC ed andata distrutta sotto l’armata di Silla. È una delle più grandi domus etrusco-romane e per 220 anni questa domus lavora sempre, anche se cambieranno i proprietari per motivi di morte dei precedenti. La prima campagna di scavo parte nel 2009. Domus etrusco-romane con muri così alti sono molto rare da trovare! Nel settembre 2016 durante una successiva campagna di scavo si trovò la via dei Ciclopi ed un’altra stanza.
La via Decumana si chiama così per la posizione che aveva in epoca etrusca, anche se il suo tracciato non è perfettamente regolare, anche perché doveva assecondare l’altimetria del luogo. Ci sono tracce di abitazioni e taverne, quindi una sorta di lottizzazione su un lato, com un reticolo idrico che serviva per portare l’acqua in queste zone della cittadina di Vetulonia, che era più estesa rispetto a quello che abbiamo visto.

Scansano e Roselle: luoghi etruschi

Scansano
 

Il Museo della Vite e del Vino di Scansano ospita al momento della nostra visita (22/02/2018) anche una mostra temporanea su Marsiliana, un insediamento etrusco di ampiezza notevole che è stato antropizzato dal primo periodo etrusco, quindi dal villanoviano in poi fino alla conquista di Roma, avvenuta nel 280 AC. Ci sono delle monografie su questo territorio che illustrano nel dettaglio la coltivazione della vite e delle vigne esistente già al tempo degli Etruschi, con testimonianze studiate da archeologi del CNR. Nel museo si trovano reperti che vengono da tutta l’area del territorio di Scansano, in particolar modo dal sito di Ghiaccioforte, e dal territorio di Magliano in Toscana, che non ha un vero e proprio museo ma solo un centro espositivo, nonostante sia uno dei centri etruschi più importanti della zona.

Tutto questo territorio è rappresentato all’interno di questo museo, soprattutto per la parte etrusca ma anche per qualcosa di precedente, risalente al 3000 AC e proveniente dal territorio di Magliano in Toscana: degli oggetti provenienti da un corredo funebre, in particolare una freccia di pietra calcarea e delle asce. Si tratta di lavorati di osso corno ed avorio, punteruoli ed oggetti di impasto grezzo perché siamo ancora nel pieno periodo preistorico.
Nella parte in fondo si trovano reperti anforacei provenienti dalla Casa delle Anfore, che possiamo vedere qui in una ricostruzione: era un’abitazione di circa 400 mq che aveva anche un reparto di produzione delle anfore che dovevano servire per il commercio di olio, vino ed altre derrate alimentari destinate ad essere vendute.
Il sito di Ghiaccioforte, il più importante di questo museo, aveva una forma di fagiolo ed è stato usato come cittadina fortificata dal VI al III secolo AC. Cittadina fortificata perché lì in precedenza c’era stato un altro insediamento però non aveva la caratteristica cittadina che avrà invece in quel periodo.
Dopo aver indagato la città è stata cercata la sua necropoli, trovata poi nelle zone limitrofe alla cittadina; la prima escavazione di questa è del 2004, e si trova a nord/est rispetto alla cittadina di Ghiaccioforte. E’ stata fatta anche una ricostruzione del panorama che dovevano vedere gli Etruschi quando andavano a seppellire i loro morti. Questi modelli di tomba sono di tipo spartano, non aristocratici, anche perché si trattava in questo caso di una cittadina agreste di non tante pretese. In questo caso le sepolture venivano fatte all’interno di un circolo, rappresentato da una cupoletta, che altro non era se non un deposito di pietre circolare al cui interno veniva o scavata o costruita una sepoltura. In questo caso, vista la tipologia del terreno, viene costruita con pietre assemblate con argilla. Nel caso del museo sopra alla tomba, per motivi funzionali, è stato messo del legno, ma in realtà era pietra anche sopra. Dopodiché veniva fatto un accumulo di terra anche sopra per dare l’idea che in quel luogo c’era una sepoltura, quindi queste collinette erano il panorama che gli Etruschi vedevano camminando nelle loro necropoli. Al momento del ritrovamento di queste necropoli il livello di camminamento si era rialzato, e le sepolture erano state danneggiate dagli agenti atmosferici. Le sepolture potevano essere o singole o di marito e moglie, come in questo caso, in cui il coniuge che moriva dopo veniva interrato insieme all’altro riaprendo e poi richiudendo la tomba. Nel caso delle tombe più grandi con delle porte monumentali le stesse porte venivano aperte e richiuse più volte per seppellire gli altri membri della famiglia man mano che morivano, per poi sigillarle definitivamente quando moriva l’ultimo membro di quella famiglia.
I primi a fare indagini archeologiche nella zona di Ghiaccioforte provengono dall’Università di Santa Barbara in California, con indagini a più riprese, dal 1979 al 1981, e poi con campagne di scavo sistematiche dal 1999 al 2004. Dopo le indagini si sono spostate alla necropoli di Sasso Marcuccio.
Nei piani alti del palazzo c’è la ricostruzione di Ghiaccioforte dove si vede la planimetria della cittadina, con le tre porte e la parte indagata, quella centrale, che corrisponde ad un quartiere abitativo. Nella parte alta, sul pianoro, c’era una zona santuariale ed anche una grandissima cisterna per diversi utilizzi che è stata anche un pozzo fusorio. La viabilità palese si vede tra le due porte ed in relazione all’altra porta. Questo territorio è stato lavorato a lungo con l’agricoltura e quindi alcune cose sono letteralmente saltate. Nelle vetrine si vede, tra le altre cose, una kylix che riporta un’iscrizione riferibile a Statonia, una delle città etrusche non ancora rintracciate; si è ipotizzato che potesse essere Sassoforte, ma in realtà non poteva indicare il sito.
C’è una parte metallurgica in cui si vedono dei piccoli lingottini di metallo ed un po’ di monetazione etrusca; siamo nel IV/III secolo AC e quindi ci sono delle monetine un po’ più raffinate rispetto ai monetoni del primo periodo.
C’è anche un dolia ricostruito. Si vede anche una spada gallica con il fodero risalente circa al IV secolo AC, finita qui perché in quel periodo c’era stata un’iniziale allenza tra Galli ed Etruschi contro Roma, ma nel 225 AC gli Etruschi favorirono i Romani contro i Galli.
Proseguendo abbiamo della ceramica vascolare depurata e sovradipinta, oggetti in metallo, una pedina da gioco che sembra un bottone ma non può essere perché i bottoni furono inventati nel ‘700 e finimenti equini. Si tratta di tutta ceramica utilizzata per la vita quotidiana e di pesi da telaio e macinelli. La ceramica più antica era più grezza, le altre sono leggermente più raffinate.
Più avanti si trova una ricostruzione di una casa di Ghiaccioforte, in cui si vede sia lo spessore delle murature che il rivestimento in argilla, che a Roselle si può vedere direttamente su un’abitazione etrusca ancora in situ. Questa stanza ricostruita è un caso abbastanza frequente, anche se anomalo, delle case etrusche; anomalo perché è stato trovato in pochissime case, a causa del riuso successivo o dell’eliminazione, ma interessante perché anche a Roselle si trova un caso analogo: questo qui è un kitchen complex, un bagno-cucina, che non ritroveremo fino a Roma. C’era una vasca per lavarsi che serviva anche per il lavaggio delle verdure.
Si vedono poi degli oggetti in bucchero grigio e, proseguendo, degli oggetti a vernice nera da non confondersi col bucchero, perché è soltanto una pittura della ceramica vascolare “timbrata” per poter facilmente risalire al produttore in caso di problemi dell’oggetto. Ci sono stati commerci tra gli Etruschi e la Magna Grecia che hanno avuto influssi anche sulla produzione ceramica etrusca.
In questo museo si trova temporaneamente anche un kouros proveniente dalla zona di Capalbio che simbolizza e celebra la giovinezza, acefalo perché è stato ritrovato durante un’aratura ma importante perché si tratta di uno dei pochi esempi di bronzo pieno: era pesante e quindi aveva un alto valore.
Gli oggetti che si vedono nella seguente sala sono tutti legati al momento del simposio ed al banchetto: orci trilobate che servivano per versare il vino, molto raffinate, ed altri oggetti come calici in bucchero visti anche precedentemente che servivano per degustare il vino. Ci sono anche crateri interessanti del V secolo AC a figure rosse dipinte sul nero che vengono dalla zona della Parrina e non erano mai stati musealizzati, che servivano per mischiare acqua e vino.
Nella planimetria della Villa degli Anilii, che si trova attaccata al paese di Scansano, vediamo la tipologia di una villa romana che oggi è una residenza privata non visitabile, con una parte termale sottostante perché la villa aveva delle terme private, il tutto ben conservato perché la zona non era stata antropizzata. E’ stata trovata per caso perché il proprietario della villa accanto voleva fare un vigneto e scavando, dopo 50 cm ha cominciato a trovare la muratura della villa. La villa prende il nome da Publius Anilius, e lo sappiamo dal bollo apposto sulle tegole. Ci sono delle parti affrescate e l’opus spicatum.
Si trova la sigillata italica, la più facile da trasportare per le vettovaglie, e dei resti provenienti dalla Valle dell’Albegna come i proiettili per le fionde.
Scansano dà la possibilità di sposarsi nella stanza degli ex voto del museo con rito civile; i resti che si trovano qui sono degli ex voto provenienti dal santuario di Ghiaccioforte, portati al tempio per ricevere la grazia in caso di problemi di salute.
Ai piani più alti del palazzo si trovano le cellette carcerarie; nella seconda c’è la ricostruzione di una sepoltura dell’XI secolo riferibile ad un insediamento vicino Scansano con frequentazione altomedievale, con all’interno il vero inumato.
Una parte di questi piani erano destinati alla farmacia, funzionante fino al ‘900, l’altra ai libri di legge che si usavano durante l’estatatura (fino al 1897), riferibili sia a Scansano che a Grosseto, infatti ci sono i numeri doppi di entrambe le location.
Ci sono gli areali ed i disciplinari dei vini, relativi a tutte le caratteristiche che devono avere i vini della zona: zona di Capalbio, Rosso di Sovana ed altri. I tre DOC di questa zona sono il Bianco della Parrina, il Morellino di Scansano (che è l’unico della zona ad avere la denominazione DOCG) e che ha aumentato la produzione, ed il Sovana.
Nelle carceri di Scansano vi era stato rinchiuso David Lazzaretti, l’ultimo profeta dell’Amiata, le cui gesta sono state cantate da Simone Cristicchi.
Morellino di Scansano: peperini. Parrina: terreno cavernoso. Bianco di Pitigliano: zona dei tufi. Capalbio: arenarie.
Dove cambia il terreno cambia anche la produzione del vino.
Roselle
 
Le mura di cinta dell’antica città etrusca di Roselle sono quasi attaccate alla biglietteria all’ingresso dell’area archeologica. Il perimetro delle mura megalitiche è parzialmente visibile; alla fine della visita, percorrendone un tratto, si esce di nuovo dagli scavi senza dover tornare indietro. Le mura sono del VI secolo AC, in argilla a cui si sono aggiunte altre strutture architettoniche a scopo difensivo.
La zona termale fa riferimento a delle terme pubbliche di epoca un po’ tarda (epoca tardo romana, databili attorno al II secolo DC), e si capisce dal tipo di muratura. C’era una grande zona di apodytherium, frigidarium, tepidarium e calidarium. Queste terme pubbliche si trovavano lungo la viabilità principale, che costeggeremo per arrivare su alla città di Roselle. Si tratta di una via basolata ma non con grandi basoli. All’esterno e nelle zone periferiche infatti si trovano basoli ben più piccoli rispetto a quelli che si trovano al centro della città, nella sua parte storica.
Lungo la via principale si trovano anche le botteghe (tabernae), databili ad un periodo che parte dal II secolo in poi, quindi più tarde rispetto alla prima fase di fondazione di Roselle, che nasce come città etrusca ma conserva al suo interno testimonianze di epoca romana e tardomedievale.
La piscina – natatio di età adrianea – diventerà una chiesa cristiana nel periodo altomedievale – IV/V secolo DC -; viene riempita la grande piscina e si realizza una chiesa con altare nella parte sopraelevata. C’era anche un battistero che si vede adesso nei resti di una struttura circolare, leggermente scavato, quindi un vero e proprio fonte battesimale in cui avveniva il battesimo per immersione, per abluzione totale. Era una chiesa abbastanza grande che diventerà probabilmente la sede della diocesi del vescovo di Roselle, che verrà poi abbandonata.
Il sepolcreto si trova di fianco alla chiesa; le parti quadrangolari che si vedono sono le tombe annesse alla chiesa.
Un esempio di abitazione etrusca che si trova all’interno di Roselle è la Casa a Due Vani, che non erano collegati tra di loro e quindi probabilmente due vani abitativi con differenti utilizzi. Non c’era un collegamento perché di solito queste abitazioni avevano un porticato frontale, quindi non c’era bisogno di fare un collegamento tra le due stanze. Il materiale con cui è stata realizzata questa casa sono pietre calcaree o arenarie rivestite di argilla, quindi di terra battuta essiccata.
C’è anche una capanna ovoidale, una casa leggermente precedente (un secolo, quindi VIII secolo AC) rispetto alla Casa a Due Vani, una capanna che aveva un basamento in pietra e argilla con l’elevato ed il tetto fatto di legno e fascine. C’era poi un recinto che però si può solo immaginare.
Per quanto riguarda la conduttura delle acque, le condutture romane hanno risparmiato questa casa perché gli girano intorno, e quindi poteva trattarsi di una casa di culto o di rappresentanza vista la volontà di risparmiarla.
Dalla Piazza del Foro si può vedere Vetulonia e la pianura dove un tempo si trovava il lago Prile. Il paese in cima alla collina di fronte è Buriano.
Sulla piazza affaccia un piccolo tempio per la venerazione di Augusto, come testimoniano le statue che si trovano all’interno del Museo Archeologico di Grosseto. Il tempietto era stato rivestito con frammenti di marmi di cui si vedono ancora delle tracce. Da qui proviene anche la statua di Livilla, famosa per aver subito la damnatio memoriae e quindi è raro trovare statue di questo personaggio (ed a maggior ragione è importante questo piccolo tempietto).
La Domus dei Mosaici che vi si trova accanto aveva un giardino con fitta vegetazione ad affaccio sul lago Prile, con impluvium sul tetto per la raccolta delle acque piovane, con due livelli di raccolta delle acque che venivano poi recuperate per fornire le terme. Si vede una prima zona mosaicata delle terme di questa domus, corrispondente all’apodytherium. Nell’Alto Medioevo questa struttura diventò un’officina metallurgica, perché sotto vi si trovava l’acqua corrente della latrina. Il mosaico prosegue anche nell’altra porzione della stanza, ma si vede male perché l’esposizione continua agli agenti atmosferici ha creato una patina di calcare sopra che la rende di difficile lettura. Il motivo si ripete: un ippocampo che guarda verso la nereide (divinità marina) che lo cavalca, ed un delfino di lato.
Il calidarium si riconosce dalla presenza delle suspensurae sotto di noi, sorta di blocchetti che sorreggono il pavimento sopraelevato; quindi questa era una zona che veniva riscaldata da sotto, grazie ai fuochisti che accendevano i fuochi.
Tepidarium e calidarium erano le due zone riscaldate di questa terma. Si trovano qui altri mosaici, meno raffinati del primo, a motivi geometrici.
C’è un edificio che era la cura comitium, in mezzo ad una parte di muro crollato, e la basilica dei Bassi, una famiglia eminente per Roselle al punto da edificargli e dedicargli una basilica. Le statue originali qui ritrovate si trovano all’interno del museo di Grosseto, qui abbiamo delle copie collocate nei punti dove si trovavano quelle originali. Il pavimento è mosaicato con dei frammenti messi a creare una cromia per decorare il pavimento stesso. Qui siamo intorno al I secolo DC e si ha già un ampio utilizzo del laterizio, ovvero dei mattoncini. Le strutture precedenti sono in opus reticulatum, che ritroveremo in altre strutture come l’anfiteatro.
Alle spalle di questa basilica si trova un terrapieno creato per costruire l’anfiteatro: era stata compattata la collina per reggerne la struttura. Il prospetto della casa ellenistica ha avuto dei problemi notevoli perché è stata in parte obliterata dal terrapieno del teatro, ma soprattutto è stata rovinata da un incendio. Aveva una sorta di piccola vaschettina come le case della Magna Grecia, quindi è un caso strano ritrovare questa vaschettina nelle case dell’Etruria. Si vede poi la copertura delle pareti che era ad incannicciato misto ad argilla, cosa che si vedrebbe in tutte le abitazioni se la pioggia e gli agenti atmosferici non le avessero consunte.
Entrando nell’anfiteatro si nota, sulle pareti laterali, un cordolo rosso che segna la linea di demarcazione tra la struttura originale e quella restaurata. Da questo ingresso entravano le fiere, non le persone. Questo anfiteatro misura circa 38,80 m x 24,70, ed era previsto un velarium che poteva essere posizionato o tolto in caso di pioggia. C’erano poi sette file di gradinate per circa 1200 spettatori. Questa struttura è stata più volte riutilizzata e, vista la debolezza delle tribune, è stata anche la prima a crollare; per questo rimane la parte bassa ma non quella elevata.
Questo è l’anfiteatro più piccolo d’Italia! Quello più piccolo del mondo invece è Alere in Corsica. Ai lati ci sono le carceres, ovvero le zone da cui venivano incitati i gladiatori al combattimento.
Vicino all’anfiteatro c’è un’altra casa a due vani, con una zona utilizzata come camera da letto, una sorta di piccola cucina ed una rampa che portava ad altri ambienti di servizio, probabilmente alla zona per la residenza della servitù. C’è anche un altro piccolo fornetto in prossimità della roccia più elevata, prima della staccionata, che serviva per la cottura dei cibi. L’atrio era la zona di accoglienza e rappresentanza, ed il porticato si sposta poi per dare accesso ai vari ambienti della casa che si era allargata. C’erano delle cisterne per contenere cibo (cereali), ed un sito pre-etrusco abbandonato in favore della nascente Roselle.

Conferenza di Archeomitato sugli scavi della metro C a Roma

La costruzione è iniziata 9 anni fa, la progettazione è degli anni ’90. Il progetto ha visto svolgersi un ampio dibattito tra ingegneri ed archeologi, ma nonostante questo sono state costruite 21 stazioni in 9 anni, che sono tante visto quello che si trova scavando a Roma. L’apertura della stazione di San Giovanni in open day ha raggiunto lo stesso numero di visitatori del Colosseo! L’80% dei fondi sono statali, il resto della Regione Lazio e del Comune di Roma. La tratta T3 va da San Giovanni ai Fori Imperiali, nel cuore della città antica, a due passi dalle mura aureliane. La posizione della linea C è un eccezionale strumento, perché per la prima volta a Roma è stato possibile indagare i singoli siti, dall’età contemporanea fino al terreno geologico, grazie alla profondità raggiunta da stazioni e pozzi, che arrivano fino a 30 metri di profondità; basti pensare che i ritrovamenti archeologici di norma si trovano “soltanto” 8 metri sotto i nostri piedi. Per realizzare gli scavi della linea C c’è stata, a monte, una campagna di archeologia preventiva e più di 300 carotaggi nella zona di San Giovanni. Dall’anfiteatro castrense a porta Metronia prima c’erano due alture tra cui correva un fiume, l’Acqua Cabra, che ha segnato la storia di tutta questa zona – dove c’è presenza di acqua, infatti, arriva l’essere umano, ma anche le inondazioni -.
Callisto II nel 1122 bonifica l’area divenuta paludosa, ma nonostante ciò questa resta scarsamente popolata fino al ‘500/’600. Quest’area era un luogo di sepoltura intorno al V/VI secolo DC, sepolture che sono state indagate anche dal punto di vista antropologico.
Nel 2012 si sono svolte delle indagini fino al livello del II secolo DC, e si trovò un bacino idrico, una vasca enorme che prosegue in direzione di Piazzale Appio fino alle mura aureliane. Il cocciopesto manteneva impermeabile questo bacino, che serviva per la distribuzione dell’Acqua Cabra. Si trovava nella zona di un frutteto dove si coltivava soprattutto il pesco, pianta da poco introdotta a Roma. Si tratta della prima grande azienda agricola romana, e l’iscrizione “TL” attesta un unico proprietario ed una sola committenza. Sono stati trovati anche reperti di tipo organico, come cesti e calzature di cuoio. Nel 97 DC Frontino, curatore delle acque, decise di interrompere la funzione di questa vasca, destinando l’uso delle acque alle campagne fuori città.
In corrispondenza di via dell’Amba Aradam, dove si trova una caserma di epoca traianea ed altre attività agricole, è stato avviato lo scavo del pozzo Q15, uno scavo più ridotto rispetto a quello di San Giovanni, e creato per la salvaguardia delle mura aureliane. Arriva fino a 14 metri di profondità, livello che corrisponde con la base costruttiva delle mura stesse. È stata ritrovata qui una stratigrafia complessa dagli interri messi in opera per la costruzione delle palazzine in via dell’Amba Aradam, e sepolture tardo antiche povere che erano state scavate a ridosso di muri più antichi. È avvenuto qui il ritrovamento di un edificio di due stanze di età traianea rimaneggiato in epoche successive sotto Adriano e poi Settimio Severo.
In corrispondenza dell’ambiente 1, strati di crollo e solaio di legno, in cui si sono trovati tutti gli elementi descritti da Vitruvio. Sotto al solaio c’è il soffitto della stanza del piano terra, collegato al solaio attraverso una struttura collegata da cordini. Un incendio avvenuto nel III secolo DC, probabilmente dovuto ad una scossa sismica, ha permesso la conservazione della struttura in legno, soffocata sotto le macerie e giunta fino a noi in forma di carboni. Questo è il primo solaio di legno ritrovato a Roma quasi nella sua interezza! Sotto le travi di legno si sono trovati anche resti di volatili ed un cane cucciolo che cercava di scappare dalla stanza, una stanza di rappresentanza già decaduta e defunzionalizzata, come ci fa intuire la presenza dei volatili (polli). Il mosaico con figure geometriche e motivi vegetali presenta infatti delle lacune. Forse questo ambiente era stato riutilizzato come magazzino.
In corrispondenza dell’ambiente 2, l’ambiente crollato era già stato svuotato e la stanza riutilizzata – anche via dell’Amba Aradam ricalca un tracciato antico -. Prima del crollo presentava un pavimento a mosaico bianco sotto il quale è stato rinvenuto un sistema di riscaldamento. Non sappiamo a cosa servisse questo edificio, forse era uno dei padiglioni della caserma di via Ipponio per via della tecnica costruttiva in opera mista, le quote di frequentazione e le murature rasate alla stessa quota di quelle della caserma di via Ipponio, forse per la costruzione delle mura aureliane.
Il pozzo 3.2 in Piazza Celimontana è invece un pozzo di areazione con un diametro di 34 metri. Lo scavo è durato due anni e si è concluso un anno fa, mettendo in luce la stratigrafia del territorio, dall’abbattimento delle case popolari fino ad una tomba dell’Eta del Ferro del X secolo AC. In questo caso siamo all’interno non solo delle mura aureliane, ma anche di quelle serviane! La posizione di questo pozzo è di fronte all’ospedale militare del Celio. È stata trovata una viabilità antica che dal Colosseo portava alla Navicella, esistente fino al XIX secolo e poi leggermente deviata. È stato trovato anche un tratto di acquedotto in blocchi di tufo in cappellaccio, riconducibile probabilmente all’Acqua Appia o all’Anio Vetus, rispettivamente il primo ed il secondo acquedotto romano; forse è più possibile la seconda ipotesi, perché le acque che portava venivano dal fiume Aniene. La vasca era una conserva d’acqua a cui i costruttori dell’acquedotto si sono appoggiati per costruire le fondamenta dell’acquedotto stesso, che è un interro di età tardo antica con fognature e butto. L’interro dell’acquedotto ha fornito molti dati soprattutto sull’alimentazione delle persone, in questo caso ricche e che vivevano in domus; ciò è attestato dai resti ritrovati di vegetali ed animali commestibili di pregio, come gru e fagiani, e dai noccioli di pesca, tutti cibi da ricchi.

Padova: il Prato della Valle

Le statue del Prato della Valle sono 78, in origine erano 84 ma le 6 statue dei Dogi di Venezia vengono tolte da Napoleone nel 1797, insieme ad altri simboli della Repubblica Veneziana, come i leoni di San Marco. A Prato della Valle si contano inoltre 4 ponti, 8 obelischi, 16 vasi ornamentali. Chi poteva essere degno di una statua qui? C’era un regolamento ben preciso: dovevano essere persone legate alla città di Padova o alla Repubblica e non potevano essere riprodotte persone viventi e nemmeno i santi, perché per loro erano riservati gli altari delle chiese. Le statue di Prato della Valle sono quasi tutte maschili, solo una è di una donna, e rappresenta la poetessa Barbara Stampa. Tutte le statue sono state realizzate senza costi che incidessero sui bilanci pubblici perché pagate da privati ed associazioni, con pietra di Vicenza, una pietra tenera dai colori tenui. Il restauro della piazza avvenne nel 1775, per opera del Senato veneziano che incarica Andrea Memmo, politico ed amministratore della Repubblica, che recupera il Prato – divenuto paludoso – per motivi di igiene pubblica e con lo scopo di rilanciare commercialmente la zona. Il progetto di restauro della piazza fu affidato al professor Domenico Cerato dell’Università di Padova, che realizzò anche l’isola memmia in 44 giorni su 10.000 ettari di terreno.