Porto Ercole: Rocca Spagnola
Questa costruzione è erroneamente identificata come Rocca Aldobrandesca; in realtà la parte aldobrandesca è una minima parte costruita all’interno di questo forte voluto dagli spagnoli, facente parte dello Stato dei Presidi, presidio militare che viene fatto nel Centro Italia che comprendeva Orbetello, Monte Argentario, Talamone, Porto Longone, l’Isola d’Elba nonché Giannutri.
Questo territorio doveva controllare tutti i presidios spagnoli d’Italia, ovvero la zona di Napoli e quella del Regno delle Due Sicilie, che doveva essere tutelata da tutte quelle imbarcazioni provenienti da altre zone da nord a sud.
Porto Ercole era il primo porto che si incontrava venendo da sud, la propaggine più meridionale del Monte Argentario. A nord invece c’è Porto Santo Stefano.
Questa zona doveva essere fortificata immediatamente ed in questa zona infatti ci sono tre grandi forti: la Rocca Spagnola, Forte Filippo che si trova sulla prima collina entrando a Porto Ercole, e Forte Stella, a forma, appunto, di stella, sulla collina alle spalle della Rocca Spagnola.
Vengono messi anche dei bastioni a difesa del forte: quello di Santa Barbara, il forte di Santa Caterina sotto al Forte Filippo, ed il Forte dell’Avvoltore che controllava il Forte Stella e le rocche sottostanti.
Da qui veniva quel circuito di circa 42 torri che seguivano il profilo di questo piccolo stato e lo difendevano non soltanto da eventuali nemici ma soprattutto dalla pirateria, che era il problema più grande.
Nel maggio del 1546 i pirati entrarono a Porto Ercole; anche se questo fu un ingresso effimero, ogni anno dal 3 al 5 maggio una celebrazione ricorda l’evento.
L’Isola del Giglio invece avrà il problema dei pirati per lungo tempo, mentre altri paesi furono più tutelati. Orbetello, ad esempio, si è salvata di più perché i pirati trovavano prima Porto Ercole.
Questo sistema di fortificazioni comunque ha permesso un’efficace difesa del territorio (fatta eccezione per l’Isola del Giglio).
Una sorta di fossato con ponte levatoio serviva come ulteriore barriera della Rocca Spagnola, che si poteva autosostenere e sovvenzionare lo stato perché al suo interno potevano trovare posto scorte di cereali e polvere da sparo non soltanto per la Rocca ma anche per la comunità di Porto Ercole e per le zone limitrofe.
Da Porto Ercole ad Orbetello si arrivava per la Strada della Diga, che risale alla prima metà del 1800. Prima la strada non c’era, si andava coi barchini dalla Feniglia o dalla Giannella soprattutto per portare acqua, necessità fondamentale soprattutto per un paese tanto popoloso già dai periodi pre-medievali come Orbetello. Non bastava, infatti, la sorgente presente nel centro del paese e quindi Orbetello prendeva acqua anche dall’Argentario con un acquedotto che in età romana portava già l’acqua al paese.
Le murature della rocca sono spesse e seguono lo stile spagnolo, come quello usato nel Regno delle Due Sicilie: non conci squadrati come nell’architettura senese ma blocchi più piccoli, e lo stemma della casa reale di Spagna, facilmente rintracciabile anche a Napoli ed in provincia di Agrigento.
A seconda del periodo storico e del re ci sono diverse posizioni delle armi familiari in base a chi era il genitore del re in quel periodo.
Il tombolo completo separa il Mar Tirreno dalla laguna di Levante. Nel centro della rocca si vede Orbetello e sull’altro lato la laguna di Ponente. A separare la laguna dal Mar Tirreno troviamo la Giannella. Al termine della Feniglia, in corrispondenza del punto in cui il tombolo si unisce con la penisola italiana, c’è un piccolo promontorio corrispondente con la zona di Ansedonia, sulla cui sommità collinare si trovano i resti dell’antica città di Cosa, sito archeologico.
Proseguendo si trova la centrale di Montalto di Castro che fa già parte della regione Lazio.
Questa zona della Rocca Spagnola è strategica perché si vede il porto di Civitavecchia, quindi tutta la zona a nord di Roma, e le isole, fino alla Corsica, che dista 100 km da Porto Ercole (Giannutri dista 15 km).
Orbetello
Alle spalle del mulino, residuo degli altri che c’erano in questa zona, si vede il Convento dei Padri Passionisti, fondato nel 1700 da San Paolo Danei, conosciuto anche come San Paolo della Croce, che fondò questa congregazione che attualmente vanta circa 90 conventi in tutto il mondo, non soltanto di suore ma anche di frati.
Tra le specie ornitologiche della laguna di Orbetello abbiamo i fenicotteri e le folaghe.
Le mura urbiche di Orbetello, in opera poligonale, sono di V secolo e fanno parte della viabilità etrusco-romana. Affondano direttamente sul limo della laguna.
In età romana si privilegerà la città di Cosa, prima colonia fondata da Roma nel 273 AC, di cui Orbetello diverrà una frazione.
Questa cittadina avrà poi un’importanza notevole non tanto nel Medioevo quanto nel periodo spagnolo, quando diventerà la capitale dello Stato dei Presidi, dal 1557 al 1801.
Nel Palazzo del Governatore spagnolo c’era la sede ufficiale di questo stato.
La Piazza del Plebiscito, in prossimità delle mura, era più importante in epoca etrusco-romana che in seguito, perché sono state ritrovate delle tracce sotto la pavimentazione della piazza che testimoniano di questa maggiore importanza in quell’epoca.
La piazza ospita il Palazzo del Comune o Municipio, che riporta nell’angolo un’iscrizione romana, un’epigrafe proveneinte dalla città di Cosa, che nel 1329 fu distrutta dai senesi e diventò una cava di materiale. L’iscrizione ricorda il momento in cui, sotto gli Antonini, Cosa diventa Republica Cosanorum.
Gli altri stemmi che si vedono in alto sono di altra tipologia: ad esempio lo stemma di Orbetello col leone, che viene attribuito da Siena ogniqualvolta conquista una località, con una fiocina nella zampa destra ed un cefalo sotto alla zampa posteriore.
Il cefalo è uno dei pesci più importanti della laguna di Orbetello, ci viene prodotta anche la bottarga e per questo in zona si coltiva il pesce.
Il Duomo
La cattedrale adesso è concattedrale della diocesi di Pitigliano/Sovana/Orbetello dal 1981, ed è dedicata a Santa Maria Assunta.
Inizialmente era a navata unica, poi fu ampliata sotto lo Stato dei Presidi con altre due navate laterali, battistero e campanile alle spalle.
Fu un tempio romano dedicato probabilmente a Giove Vicilino, poi riutilizzata già dall’Alto Medioevo come chiesa cristiana, dopodiché rifatta a metà del 1300 quando questa zona finisce sotto l’orbita degli Orsini per il matrimonio con gli Aldobrandeschi.
Gli Orsini rimaneggeranno la facciata e parte dell’interno della struttura, che ha avuto diversi interventi ed ha sofferto un incendio notevole nel 1974 a causa dei ceri che incendiarono i tendaggi, tipici delle chiese fino agli anni ‘70 ed in seguito tolti proprio perché accadevano questi incendi. L’incendio provocò la distruzione di alcune delle decorazioni del soffitto e l’annerimento di quelle del catino absidale.
La prima cappellina laterale sulla destra fu realizzata durante il regno dei Presidios e ridipinta di recente, nel 2006, da Ardito Schiano, pittore portoercolese piuttosto famoso nella zona che ha dipinto un paesaggio lagunare e poi le porte di Orbetello di fianco al tabernacolo (la laguna di Orbetello era stata già rappresentata da un’altra opera in questa chiesa nel 1600!).
Questa era la cappellina di San Biagio (patrono di Orbetello), perché qua venivano mantenute ormai dal 1329 le reliquie del santo.
Carlo Magno annette la cittadina che si trovava sul colle di Ansedonia nell’800 portando con sé la reliquia di San Biagio o Sant’Anastasio; questa reliquia viene poi depositata nella chiesa di San Biagio ad Ansedonia ma quando la città viene distrutta dai senesi questa fu traslata ad Orbetello.
Ogni anno il 12 maggio c’è la processione dei barchini che da Ansedonia riattraversano questo tratto d’acqua, arrivano al Duomo e fanno la deposizione della reliquia per ricordare la traslazione che avvenne all’epoca della conquista senese di Ansedonia.
Questa reliquia, nonostante fosse protetta, fu rubata nel 2005 durante i lavori di consolidamento della struttura.
Fortunatamente all’interno della diocesi non si lascia mai un’unica reliquia, quindi ce n’erano altre due, due ossa del braccio, che si conservano tuttora in un’altra cappellina, ma non c’è più la testa.
L’affresco che si vede nella cappella è stato asportato dalla chiesa di Santa Maria ad Portam e rappresenta la Madonna di Costantinopoli, una Maestà in trono con ai lati i santi Pietro e Paolo, dei primi del ‘400. Era un’opera abbastanza particolare che si trovava all’interno di questa piccola chiesa costruita con materiali particolari di provenienza spagnola, come volle il governatore: marmi spagnoli che tendono al verde scuro, quasi nero, ma la chiesa attualmente non è visibile.
Fino al 1981 questa cattedrale era sotto l’abbazia delle Tre Fontane di Roma, quindi non faceva parte di diocesi locali ma per mille anni ha fatto parte della diocesi di Roma.
L’ultimo rifacimento del Duomo è del XIX secolo. L’annerimento dei volti è stato causato dall’incendio del 1974.
L’altare è costituito da un monolite in marmo con 24 formelle altomedievali del IX secolo DC – periodo longobardo-carolingio -, come a Sovana. I due frammenti di plutei dell’epoca furono ritrovati nella parte sottostante della cripta.
Le chiese in antichità, almeno fino al 1300, erano formate da tre livelli: platea, cripta – con le reliquie – e altare. Ci sono zone in cui questa tripartizione rimane più a lungo, e zone come l’alta Toscana in cui viene eliminata prima, semplificando la struttura. Questo criterio dipende dalle diverse committenze locali e quindi dalle diocesi stesse.
Rispetto all’abside originale, la chiesa si è allungata ed allargata anche nel catino absidale sotto gli spagnoli, dalla metà del ‘500 in poi.
Tra coloro che hanno fatto i primi ampliamenti e ridecorazioni della cattedrale c’è un personaggio importante: il cardinale Alessandro Farnese, che a fine del 1500 fa il mecenate per questa cattedrale. Di madre Orsini, anche se all’epoca Orbetello era già passata sotto gli spagnoli pensa di arricchirla e ridecorarla.
La cappellina a sinistra dell’altare è completamente napoletana, in stile rococò. Ospita ora le reliquie di San Biagio.
Nella navata laterale sinistra c’è un dipinto settecentesco che rappresenta la circoncisione di Gesù, soggetto molto particolare e poco rappresentato; simboleggia l’unione di tutte le religioni.
Più avanti, i 15 misteri del Rosario su lastre di rame, di maestranze napoletane di fine ‘600.
Le lapidi sono quelle dei vicerè spagnoli che si sono fatti seppellire all’interno della cattedrale, provenienti dalla Castiglia.
San Paolo Danei, raffigurato in un altro dipinto, ha il simbolo della croce della passione, simbolo dei padri congregazionisti passionisti.
Egli decise di fondare questo monastero perché stava per naufragare in una zona che ospitava un antico porto romano, ma si rifugiò in Santa Reparata (che si usa tuttora per ripararsi dalle mareggiate). Bloccato lì, cominciò a camminare verso il Monte Argentario dove fu poi realizzato il convento in una zona dove si ha una visione zenitale di Orbetello e delle lagune, che aiutava fortemente la meditazione.
Sempre a Santa Reparata anche Gregorio XI rischiò un naufragio mentre stava tornando a Roma nel tentativo di riportare la sede del Papato da Avignone a Roma. Anch’egli sarà costretto a restare diversi giorni e a salvarlo saranno i pescatori della laguna, che da quel momento in poi (si parla del 1300) avranno un’attribuzione speciale: si chiameranno nobili pescatori di fibbia di Orbetello, per via del canale di Fibbia che fu teatro del salvataggio. Il Papa gli regalerà una spilla – una fibbia, appunto -, che li identificasse.
Sulla Schola Cantorum c’è una cosa anomala: lo stemma di Orbetello ribaltato, col leone sulla sinistra anziché sulla destra, probabilmente risultato di un calco.
All’esterno, l’iscrizione sull’architrave ricorda la sistemazione della facciata del Duomo nel 1376 da parte del conte Orsini, conte di Soleto – per errore è stata aggiunta una P ma non è Spoleto! -, e questo è stato un errore dei restauratori. Soleto è in provincia di Lecce.
Il santo nella nicchia è San Benedetto, da non confondersi con San Biagio, ed in alto c’è il giglio di Francia, con la testa di Carlo Magno.
Il materiale impiegato è granito del Giglio, unico materiale alloctono.
Piazza Eroe dei Due Mondi
Non si può chiamare Piazza Garibaldi perché egli si fermò a Talamone, porto militare, dove c’è già Piazza Garibaldi, e nello stesso Comune due piazze con lo stesso nome non ci possono stare.
Il busto di Peppino è stato rimesso di recente perché il fornice era stato chiuso.
Il palazzo che era del governatore spagnolo serviva per le adunanze pubbliche e per i mercati. Questo viene sistemato nel 1600, e nei primi del 1800 viene aggiunta la parte alta con il segnavento.
Il palazzo delle Poste nella stessa piazza venne costruito più arretrato a causa dei bombardamenti del 28 aprile del 1944, per dare maggiore aria alla piazza.
Le mura
In età spagnola c’era, all’interno delle mura, solo la porta centrale; le altre due sono state aggiunte successivamente, per garantire l’interscambio automobilistico.
C’era anche un troncone ferroviario che da Orbetello portava fino all’imbarco dei traghetti di Porto Santo Stefano, parallelo alla Strada della Diga, ma questo fu bombardato nel 1944 e mai più ricostruito.
La parte della città verso la terraferma era l’unica a dover essere fortificata; le mura etrusche cingono il paese ma non lo fortificano. Via acqua potevano venire solo i pirati, che però non potevano arrivare con grandi navi.
I bastioni a punta sono come quelli di Grosseto, e le mura vengono poi sistemate dagli spagnoli con le ultime fortificazioni.
Sopra la porta principale d’ingresso, San Biagio, vediamo lo stemma dello Stato dei Presidi con l’epigrafe di Carlo I di Spagna che si occupa di questa risistemazione del paese.
L’edificio ricostruito dopo le guerre occupa lo spazio dell’antico castello aldobrandesco di Orbetello, anch’esso distrutto dalle bombe.
C’era anche un idroscalo, ovvero l’aeroporto per idrovolanti; all’inizio del secolo scorso si voleva raggiungere l’America, ma con l’aereo era impossibile perché non sarebbe arrivato al successivo scalo con il carburante disponibile – a malapena si arrivava in Spagna con un unico rifornimento! -.
Si pensa quindi di fare un idroscalo ad Orbetello perché protetto da Capalbio e Monte Argentario. Non a caso anche gli otto mulini erano stati disposti metà con le pale orientate a scirocco e metà con le pale orientate a maestrale, di modo che potessero prendere gli unici venti che potevano circolare.
Esclusi questi due venti, con gli altri si poteva sempre partire e quindi la partenza era garantita. Soprattutto gli idrovolanti quando terminavano il carburante planavano sul mare, potendo continuare ad andare ancora per un po’ avvicinandosi al successivo luogo di rifornimento carburanti.
Nel 1928 parte la prima trasvolata oceanica verso il Sudamerica da Orbetello, capitanata da Italo Balbo. Queste trasvolate oceaniche si interromperanno con la Seconda Guerra Mondiale, infatti i mulini furono abbattuti per costruire un ampliamento dell’idroscalo, cosa che però non fu fatta proprio per lo scoppio della guerra. Il progetto non si riprenderà e l’idroscalo verrà abbandonato, diventando la sede del Circolo Canottieri. C’era qui anche uno dei più grandi hangar italiani, l’Hangar Nervi, progettato da Pierluigi Nervi che per uno sgarbo dei tedeschi fu fatto saltare in aria.
La chiesa di Santa Maria ad Portam era una delle più antiche, quasi periferica rispetto al paese, e si trovava in questa zona.
Porto Santo Stefano
Il corpo quadrangolare è il più recente, mentre la parte più avanzata fa parte di una costruzione precedente, inglobata poi a fine ‘600 nella grande costruzione quadrangolare alle sue spalle.
Questa è stata la prima costruzione fatta sulla baia di Porto Santo Stefano, dopo la costruzione della Torre dell’Argentiera.
Intorno alla Fortezza Spagnola si viene poi a creare tutto l’abitato di Porto Santo Stefano, ma purtroppo questo paese, così come la Rocca, vengono distrutti durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Il paese viene completamente raso al suolo e poi ricostruito perché era un obiettivo militare sensibile – si può ancora vedere una piccola traccia del siluripedio che si usava per i silureggiamenti a mare -.
Perché costruire così tardivamente a Porto Santo Stefano? C’erano piccoli insediamenti in prossimità di approdi, come il canale di Santa Liberata o Santa Reparata, ed un altro in una zona portuale. Il problema è che la baia è grande e quindi era difficile da difendere dagli attacchi dei pirati, al contrario di Porto Ercole che era più piccolo e racchiuso tra due colline.
Qui bisognava invece fortificare non soltanto il castello ed il paese ma l’intera baia, cosa che non era di semplice attuazione.
C’erano delle torri costiere che però non bastavano alla difesa dell’intero paese, quindi la sicurezza di Porto Santo Stefano si avrà solo nel 1692, quando terminò la costruzione di questa fortezza.
L’abitato si appoggia sulla collina perché lo spazio nella zona del porto era limitato e per stare il più lontano possibile dai pirati.
I reperti delle imbarcazioni che si possono trovare qui provengono prevalentemente dai relitti che sono stati trovati nei pressi dell’Isola del Giglio, Giannutri e nella zona dell’Argentario; essendo queste isole abbastanza vicine al continente, i naufragi erano dovuti alla presenza di secche o emergenze rocciose su cui impattavano le navi.
I naufragi fatti ad alte profondità invece si riferiscono a partenze fatte nei momenti sbagliati, ad esempio partendo dal Giglio col vento di maestrale, ed era un rischio allora come lo è tuttora.
Anche Porto Santo Stefano fu pesantemente bombardato – si contano 108 incursioni aeree -, ma la più devastante fu quella dell’8 dicembre 1943, in cui il paese fu completamente bombardato e rimase in piedi solo la fortezza, di cui il piano superiore non fa parte della costruzione storica ma fu costruito in questa occasione (si nota anche la differenza architettonica).
Quando negli anni ‘70 subentrò la Sovrintendenza si tentò di demolire la parte ricostruita dopo i bombardamenti della guerra, ma questa era stata costruita in cemento armato e quindi, con la paura che demolendo il piano superiore venisse giù anche la parte antica, fu lasciata così come la vediamo oggi ed adibita a spazio museale.
C’è una cisterna di 35 metri per 35 e profonda 11, che doveva servire come deposito acqua e per la guarnigione di un massimo di 40 soldati ma che serviva anche come arma da difesa, perché dalle caditoie non si gettava l’olio, che costava caro anche all’epoca, ma acqua bollente.
La biglietteria era la polveriera e l’unica stanza che non era in comunicazione con le altre.
Ci sono due piccole finestrelle, in corrispondenza degli stendardi, dove però l’aria non arrivava diretta.
I pavimenti non sono originali, sono stati sostituiti col cotto non lavorato.
Tutto ciò che si vede nel museo è originale. Nella ricostruzione della nave si vede anche come erano impilate le anfore all’interno delle navi, e poi legate con un fasciame di legno e sabbia, per evitare le piccole oscillazioni e, quindi, la rottura. Lo stesso tipo di anforacei si trovano anche a Cosa.
Talamone era una cittadina molto importante, qui si trova anche un’anfora vinaria da trasporto ritrovata in un relitto.
Kayr Eddin, detto Barbarossa per il colore della barba, fu uno dei pirati più temibili e probabilmente non autoctono proprio per questo. Sarà lui a deportare tutta la popolazione gigliese nel maggio del 1546 e sarà lui a fare un’incursione a Porto Ercole, sempre nel maggio dello stesso anno; è anche legato alla leggenda della bella Marsilia, una fanciulla rossa di capelli che rapì e portò in sposa al sultano Solimano per il suo harem. Lei, secondo la leggenda, ne divenne la favorita e riuscì a far uccidere dal sultano il primogenito, accusato di tramare contro il padre, per mettere sul trono il proprio figlio.
In questo museo si trovano anche dei flauti che sono probabilmente i primi flauti traversi della storia; non si sa se fossero destinati alla vendita o se erano un qualcosa che usavano i marinai per passare il tempo del viaggio.
I Greci navigheranno moltissimo nel Tirreno ma anche nel Mediterraneo in generale, quindi possiamo ritrovare frammenti del fasciame usato su queste navi perché erano progettate con criteri durevoli – legno di rovere -, come nel caso della nave che affondò al Giglio, che era greca.